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Clan Graziano, ecco le pene richieste per cinque imputati

Accusati di vari reati, rischiano da un minimo di 9 anni a un massimo di 14

Arrivano le richieste di pena per cinque esponenti del Clan Graziano, accusati, a vario titolo, di una serie di reati, quali estorsione, attentati intimidatori, porto e detenzione di arma e associazione a delinquere.

I pm antimafia Simona Rossi e Luigi Landolfi hanno avanzato le seguenti richieste: 14 anni per Fiore Graziano e Antonio Mazzocchi, 12 anni per Salvatore Graziano, 10 anni di reclusione per Domenico Desiderio e 9 per Ludovico Domenico Rega.  

L'estorsione e poi gli arresti

La vicenda è iniziata il 1 agosto dello scorso anno, quando i Carabinieri del Comando Provinciale di Avellino hanno eseguito cinque misure cautelari per estorsione aggravata dal metodo mafioso nel Vallo di Lauro e nella provincia di Verona (dove si trovava, per svolgere delle cure mediche, uno degli arrestati).  

Tutto nasce dalla scarcerazione di Cava Jr. 

Tutto partì dalla scarcerazione di Salvatore Cava, figlio del boss Biagio, morto di tumore dopo una lunga detenzione in regime di 41 bis. Questo, di fatto, ha dato nuova linfa a una faida, quella con il clan Graziano, che va avanti da oltre quarant’anni. Il nucleo speciale dei Cacciatori del Gargano ha battuto ogni centimetro dei boschi tra Quindici e Lauro e, qui, è stato ritrovato un manichino di donna, con un nastrino azzurro in vita e due fori di proiettile (sparati con un fucile di precisione) all’altezza del cuore.  

I familiari di Cava erano l'obiettivo

Gli inquirenti della Dda di Napoli, in brevissimo tempo, hanno individuato, come obiettivi dell’agguato, Salvatore Cava e la moglie. Le accuse di estorsione aggravata dal metodo mafioso, nascono da una serie di attentati e minacce compiuti nel Vallo di Lauro, nello specifico, contro un’impresa di pompe funebri di Domicella. 

I Graziano hanno preteso una tangente da 100mila euro; minacciando continuamente i dipendenti, fino ad arrivare a sparare contro il cancello della ditta. Modus operandi, questo, rivolto anche nei confronti di un’impresa edile incaricata di realizzare i lavori per un parcheggio che sarebbe dovuto nascere proprio nei pressi dell’impresa funebre di Domicella. I fatti sono avvenuti tra il 2017 e il 2018 e, grazie ad alcune intercettazioni ambientali e telefoniche, il cerchio si è chiuso. La Dda non ha perso tempo e ha immediatamente allertato le prefetture di Napoli e Avellino per scongiurare il rischio di nuovi agguati. 

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