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Tomba san Giuseppe Moscati (foto Facebook)

Tomba san Giuseppe Moscati (foto Facebook)

Oggi moriva San Giuseppe Moscati: la sua famiglia era di origini irpine

Nel "dies natalis" ricorre anche la memoria liturgica del "medico dei poveri"

Era il 12 aprile 1927 quando il “medico dei poveri” Giuseppe Moscati morì, a soli 47 anni, nella sua casa di Napoli. Conosciuto e amato in vita, la santità di Moscati venne riconosciuta a furor di popolo ancor prima che la Chiesa la ufficializzasse. Giuseppe nacque a Benevento il 25 luglio 1880 e sin da piccolo mostrò la sua grande sensibilità umana e religiosa. Mai si è preso i meriti per i “prodigi” compiuti in vita, tanto da rispondere, quando interrogato dai colleghi che lo osannavano, che “Dio solo è l’artefice della vita”.

Un grande luminare, Giuseppe, che conseguì la laurea a soli 22 anni e a pieni voti. La sua fama si diffuse velocemente (era abilissimo nella diagnostica), conquistò senza problemi l’abilitazione per insegnare (e per alcuni anni lo fece) in ambito universitario, ma decise di restare a servizio dei semplici, dei poveri, soprattutto quelli dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove toccava con mano la sofferenza altrui.

Un’attenzione particolare per gli ammalati e i poveri ai quali non chiedeva mai un compenso. In realtà, non chiedeva niente a nessuno, confidando solo nella Divina Provvidenza, vera artefice dell’apertura dei cuori. Simbolo di tutto ciò era il suo cappello, quello tenuto nel suo studio accompagnato da un cartello che recitava: “Chi ha metta, chi non ha prenda”. Giuseppe Moscati venne beatificato nel novembre ‘75 da san Paolo VI e canonizzato il 25 ottobre 1987 da San Giovanni Paolo II.

Il santo polacco nell’omelia disse: “Giuseppe Moscati visse i suoi molteplici compiti con tutto l’impegno e la serietà che l’esercizio di queste delicate professioni laicali richiede. Il Moscati costituisce un esempio non soltanto da ammirare, ma da imitare, anche per chi non condivide la sua fede. Il dolore di chi è malato giungeva a lui come il grido di un fratello a cui un altro fratello, il medico, doveva accorrere con l’ardore dell’amore”. San Giuseppe Moscati è venerato in diverse parti d’Italia e d’Europa, ma è sempre stata la Campania la terra a lui più strettamente legata.

Noto è il suo rapporto con Napoli, dove ha vissuto, con Benevento, dove è nato, ma non va dimenticato il suo rapporto con l’Irpinia. Non tutti lo sanno, ma la famiglia Moscati era originaria di Santa Lucia di Serino, comune poi laciato quando papà Francesco (noto giudice) venne trasferito prima a Benevento e poi a Napoli. La figura del Moscati è legata all’Irpinia anche per il primo miracolo riconosciuto dalla Chiesa nell’iter che lo ha poi portato agli onori degli altari. La storia che si incrocia con quella del “medico santo” è quella di Costantino Nazzaro, maresciallo degli agenti di custodia di Avellino, che nel 1923 si ammalò del morbo di Addison.

Per lui non c’erano speranze e la terapia prescritta era utile solo a prolungargli la vita, ma senza possibilità di guarire. Costantino, molto credente, nel 1954 si recò sulla tomba del Moscati, al Gesù Nuovo di Napoli: si recò lì per pregare ogni 15 giorni per quattro mesi. Poi, l’imponderabile: il maresciallo, in una notte calda d’estate, sognò di essere operato da Giuseppe Moscati che gli sostituì la parte atrofizzata con tessuti sani, raccomandandogli di non prendere ulteriori medicinali. Al mattino il Nazzaro era inspiegabilmente guarito, con grande stupore dei medici che lo seguivano.

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