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Sabato, 21 Maggio 2022
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Stato di emergenza "congelato": perché Draghi ha accelerato e cosa succede ora in Italia fino al 31 marzo 2022

La variante Omicron preoccupa e il premier decide di anticipare i tempi: fine marzo è solo il primo step, c'è già chi guarda a fine giugno come possibile orizzonte

La decisione è stata presa nelle scorse ore dal premier Mario Draghi: stato di emergenza fino al 31 marzo 2022. In teoria è possibile rinnovare lo strumento giuridico utilizzato per gestire la pandemia in Italia, che permette di attivare poteri straordinari in deroga alle leggi, per un ulteriore mese dopo l'attuale sacdenza del 31 dicembre 2021, fino al 31 gennaio 2022. Si va verso un decreto ad hoc che congela la situazione per altri tre mesi con le regole attuali, il sistema a colori delle regioni (zona bianca, gialla, arancione e rossa), il supporto del comitato tecnico scientifico e le attività della struttura commissariale di Figliuolo. Ora servirà una legge per andare oltre i due anni previsti dal codice della Protezione civile come durata massima dello stato di emergenza. Ma non sembrano esserci più ostacoli.

Stato di emergenza fino al 31 marzo: perché il premier ha fretta

La Cabina di regia non è stata ancora convocata, ma stavolta si dovrebbe arrivare direttamente in consiglio dei Ministri con il decreto legge da sottoporre all’esame del Parlamento con la proroga. Draghi vuole che la decisione sia assunta il prima possibile.

A preoccupare Palazzo Chigi è la variante Omicron che potrebbe nelle prossime settimane correre anche in Italia. Il governo sceglie così il congelamento di tre mesi dello sato di emergenza, per uno "stato di precauzione" a tempo, all'insegna della massima cautela. La curva del virus continuerà presumibilmente a salire nelle prossime settimane. E di certo fino a Natale, quando secondo Repubblica si andrà verso i trentamila positivi al giorno. "Serve prudenza. Sarebbe dunque contraddittorio chiedere cautela nei comportamenti e, contestualmente, mandare al Paese un messaggio di normalità, con il rischio di far abbassare la guardia ai cittadini", ragiona il quotidiano romano.

Fino a pochi giorni fa il premier voleva aspettare il totale dispiegamento degli effetti della stretta del 6 dicembre, quando è entrato in vigore il Super Green Pass, in modo da valutare intorno al 20-21 dicembre l'andamento dei contagi e delle vaccinazioni. Ma lo scenario sta cambiando: l'ondata Omicron che si appresta a travolgere l'Europa è imponente e anticipare la decisione di una settimana è diventata una priorità a Palazzo Chigi. "Oltre il 40% dei nuovi contagi di Covid registrati nella capitale è causato da Omicron", ha annuncia il ministro della Sanità britannico, Sajid Javid.

La variante Omicron preoccupa l'Italia: al momento sono 27 i casi. E' il dato aggiornato rilasciato dall'Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che - al 13 dicembre - conta 1.686 casi finora segnalati da 23 Paesi dell'area Unione europea/Spazio economico europeo. Complessivamente a livello mondiale ci sono stati 6.430 casi confermati di Omicron, segnalati da 70 Paesi. Numeri contenuti in Italia al momento, ma gli esperti del Cts e del ministero della Salute hanno spiegato al premier che c'è poco da illudersi: ciò che succede a Londra si replica poi a Roma. Tempi e percorsi decisionali semplificati, dunque. Ieri gli esperti americani dei Cdc, Centers for disease control and prevention, hanno aggiunto l’Italia alla lista dei Paesi (tra cui figurano già buona parte degli Stati europei) verso i quali è sconsigliato viaggiare.

Sullo sfondo c'è la politica e soprattutto la corsa al Quirinale. La prosecuzione dello stato di emergenza comporta una conseguenza non da poco: quella parte di maggioranza che chiede a Draghi di restare a Palazzo Chigi fino al 2023 – lasciando perdere la tentazione del Quirinale – inevitabilmente esce rafforzata dalla scelta di rinnovare una condizione emergenziale, che invita a evitare salti nel buio e rischi di elezioni anticipate (certe, secondo molti osservatori) se il premier diventasse il successore di Mattarella. Le Regioni, Fedriga in testa, erano contrarie alla proroga dello stato di emergenza ma ormai la decisione è stata presa: i dati per Draghi sono già eloquenti e destinati a peggiorare nelle prossime settimane, come comunicherà anche domani in Parlamento in vista del Consiglio europeo di giovedì.

Bisognerà inevitabilmente passare dal Parlamento e trovare un sostegno compatto da parte dei partiti che compongono la maggioranza di governo, ma i numeri ci sono. Non solo: secondo la Stampa il 31 marzo è solo il primo step: c'è già chi guarda a fine giugno come possibile orizzonte.

Cos'è lo stato di emergenza

Lo stato di emergenza è deliberato dal consiglio dei ministri su proposta del premier d'intesa con i governatori e i presidenti delle Province autonome interessate. Viene disposto al verificarsi di eventi eccezionali, come terremoti alluvioni o come avvenuto per il Covid-19. Tra le prime deliberazioni del cdm c'è quella di individuare le risorse finanziarie per l'avvio degli interventi più urgenti. Con lo stato di emergenza vengono autorizzate anche le ordinanze di protezione civile in modo da poter agire con urgenza e con poteri straordinari. Si possono inoltre attuare interventi speciali con ordinanze in deroga alle disposizioni di legge, rispettando i principi generali dell'ordinamento giuridico. 

Sono snellite le procedure di approvazione di leggi e decreti. Vengono anche disposte le misure sanitarie, come l'obbligo delle mascherine all'aperto o il distanziamento sociale, e incentivato il ricorso allo smart working per le aziende. Il governo, inoltre, può ricorrere agli ormai celebri Dpcm, decreti che non passano attraverso l'approvazione parlamentare. Rimangono in vita gli organismi creati per far fronte alla pandemia, ossia il commissario straordinario e il Comitato Tecnico Scientifico. Il Cts è stato istituito il 5 febbraio 2020 con ordinanza del ministero della Salute e poi modificato, nella sua composizione, il 17 marzo 2021. Attualmente è composto da 11 membri, con il ruolo di coordinatore affidato al presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli.

Le Regioni che cambieranno colore il 20 e 27 dicembre 2021

In 8 regioni è salita nelle scorse 24 ore la percentuale di posti nelle terapie intensive occupati da parte di pazienti Covid: nella Provincia autonoma di Trento, dove arriva al 20%, nelle Marche (al 14%), nel Lazio (al 12%), in Piemonte e Umbria (all'8%), in Campania, Sicilia e Toscana (al 6%). E' quanto emerge dal monitoraggio quotidiano dell'Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che confronta i dati del 12 dicembre con quelli del giorno precedente. Il tasso di occupazione scende invece in Calabria all'11% e Liguria al 12% e Bolzano (19%) e Toscana (all'8%). Restano stabili oltre la soglia del 10% in Friuli (al 15%) e Veneto (13%).

Dopo il Friuli Venezia Giulia e l'Alto Adige, da ieri anche la Calabria abbandona la fascia bianca e ritrova qualche restrizione in più (mascherine all'aperto ovunque). La Liguria ha superato di poco da ieri i parametri della zona gialla ma ci finirà realisticamente solo tra sette giorni. Possibile il passaggio in zona gialla il 20 dicembre anche per il Trentino. Rischiano il Veneto, le Marche e la Lombardia: saranno decisivi i dati da oggi a giovedì. Il Lazio potrrebbe evitare restrizioni almeno fino al 27 dicembre a causa del numero di posti letto disponibili in area medica.

Ricordiamo che si finisce in zona gialla, arancione o rossa quando si superano a livello regionale contemporaneamente tre parametri. Per la zona gialla incidenza oltre i 50 casi ogni centomila abitanti, 15 per cento di posti letto occupati da pazienti Covid nei reparti ordinari, e 10 per cento di posti letto occupati nelle terapie intensive Covid. Per la zona arancione, incidenza superiore ai 150 casi ogni centomila abitanti, 30 per cento di posti letto occupati nei reparti ordinari e 20 per cento nelle terapie intensive. Per la zona rossa, incidenza sempre superiore ai 150 casi ogni centomila abitanti, 40 per cento di posti letto occupari nei reparti ordinari e 30 per cento nelle terapie intensive.

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