Mercoledì, 23 Giugno 2021
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Covid, cosa succede a gennaio tra Decreti legge e Dpcm

Tutte le decisioni che il Governo dovrà prendere ad inizio del nuovo anno

Il 15 gennaio scadono le disposizioni dei decreti legge n.158/2020 e n.172/2020 e quelle del Dpcm 3 dicembre. Poco prima, intorno al 7, il governo dovrà decidere quali attività far ripartire mentre tutte le regioni d'Italia dovrebbero trovarsi in zona gialla dopo l'Epifania. Ma non è assolutamente detto che vada così, anzi. Vediamo perché. 

Cosa succede a gennaio, tra regioni a rischio zona rossa e attività che rischiano di non ripartire

In primo luogo il ministro della Salute Roberto Speranza ha già fatto sapere che a gennaio (il 15 scadono gli effetti dei decreti legge e del Dpcm) non ci sarà nessun "liberi tutti". Anzi, si tornerà alle zone rosse, arancioni e gialle: "Dal 7 gennaio si tornerà al sistema delle aree colorate, che ha dimostrato di funzionare abbassando l’Rt da 1,7 a 0,82, senza bloccare tutto il Paese". E questa decisione deriva da una serie di motivi. Il primo è che per avere effetti apprezzabili sulla popolazione la campagna vaccinale avrà comunque bisogno di tempo: "Tu vaccini una persona, dopo 3 settimane devi fare la seconda iniezione e dopo 7 o 10 giorni gli anticorpi saranno efficaci. Per immunizzare 10 milioni di persone serviranno 20 milioni di iniezioni".

Il secondo motivo è che non abbiamo ancora numeri attendibili sull'andamento dell'epidemia nei giorni delle festività (e prima di averli dovranno passare almeno due settimane): intanto però si sta avverando la previsione dei giorni scorsi, ovvero il numero dei test del tampone sta scendendo con il risultato di trovare meno positivi ma intanto cresce il tasso di positività rispetto ai test: ieri si è attestato al 14,9% quasi 15, sabato era di due punti in meno, 12,8%. Se 15 persone ogni 100 tamponi effettuati sono positive va decisamente peggio di una settimana fa quando le persone positive trovate ogni 100 test erano 8-9. 

Il terzo motivo è che nei giorni scorsi il report dell'Istituto Superiore di Sanità e del ministero ha certificato che ci sono nove regioni a rischio: l'Rt nazionale è a 0,90 nel periodo tra il 14 e il 20 dicembre. La scorsa settimana l'Rt si era attestato a 0,86 confermando la ripresa della crescita (quindici giorni fa era a 0,82). Nella maggior parte delle Regioni e delle Province Autonome si registra un livello Moderato o Alto. In particolare, cinque regioni (Liguria, Marche, Puglia, Umbria e Veneto) sono classificate a rischio alto; 12 a rischio moderato, di cui quattro (Emilia-Romagna, Molise, Provincia Autonoma di Trento e Valle d'Aosta) sono a elevata probabilità di progredire a rischio alto nel prossimo mese nel caso si mantenga invariata l'attuale trasmissibilità. In totale quindi le regioni a rischio sono nove, ovvero Liguria, Marche, Puglia, Umbria, Veneto, Emilia-Romagna, Molise, Provincia Autonoma di Trento e Valle d'Aosta. 

Tra queste il caso più misterioso è quello del Veneto, dove l'epidemia corre come non aveva fatto a marzo e aprile, quando nel resto d'Italia era in atto una carneficina. In molti hanno puntato il dito proprio sulla zona gialla: il fatto che nella regione siano state in vigore per molto tempo le restrizioni più "leggere" ha portato nei cittadini la falsa percezione che il peggio fosse passato. Anche se oggi, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della Regione Luca Zaia getta acqua sul fuoco e "incolpa" il maggior numero di test effettuati: "Passiamo tutti i giorni per la regione con il maggior numero di contagi - dice - il primo giorno che ci siamo presi il primato avevamo fatto circa 60 mila tamponi tra rapidi e molecolari. I contagiati erano 3.000, quindi il 5%. In quello stesso giorno, la regione che passava per la migliore aveva trovato 40 positivi su 400 tamponi. Il che significa il 10%: il doppio". "Noi da sempre - dice ancora - facciamo un gran numero di tamponi rapidi. Che però non possono essere inclusi nella statistica. O meglio: i positivi sono contati, ma il loro numero viene caricato sui soli tamponi molecolari. Ma nei prossimi giorni, questo cambierà". 

Palestre, sci, cinema, teatri e discoteche: quello che rischia di restare fermo a gennaio (e la scuola?)

In attesa di sapere quali saranno le scelte del governo qualcosa si può già ipotizzare: per molte, moltissime attività è concreto il rischio che non sia gennaio il mese della ripartenza. Nei giorni scorsi il Comitato Tecnico Scientifico ha bocciato le linee guida sullo sci. In particolare sono state suggerite delle limitazioni agli impianti di risalita. Le osservazioni sono state accolte dalle Regioni che presenteranno il protocollo rivisto nei primi giorni della settimana prossima. La valutazione sarà fatta a inizio anno sulla base della curva epidemica, ma il Cts ha avvertito che è ancora necessaria la "massima cautela". I gestori degli impianti di sci restano fiduciosi che si possa ripartire nei tempi previsti. "Suggerimenti e non di certo una bocciatura", secondo quanto riportato dall'Ansa per le Regioni delle Alpi, già al lavoro per portare in approvazione il protocollo rivisto, "auspicando - almeno questa volta - in un velocissimo responso da parte del Cts". Perché "la montagna ha bisogno di tempi lunghi per potersi organizzare", dicono, e "più tempo passa più la data di apertura del 7 gennaio scritta nel Dpcm si trasforma in una colossale presa in giro".

Poi c'è lo sport. Il Corriere della Sera spiega oggi che la possibilità che si ritorni in palestra è condizionata ad una serie di precauzioni e regole che si stanno mettendo nuovamente a punto.

In discussione c’è la possibilità di contingentare ulteriormente il numero degli ingressi, ma anche quello di impedire ai clienti di poter accedere agli spogliatoi. Entro il 6 gennaio gli scienziati contano di elaborare una serie di proposte — che si stanno studiando insieme agli esperti del ministero dello Sport — per garantire il rapporto uno a uno, con l’insegnante che svolgerebbe solo lezioni singole.

Nelle piscine invece si sta valutando una persona per corsia. Mentre sembra destinata a slittare la riapertura di cinema, teatri e musei: il problema più grosso qui sono le file agli ingressi ma la soluzione potrebbe essere la contingentazione e la prenotazione per evitare affollamenti all'esterno. E le discoteche? E gli eventi? Qui di rimedi non sembrano essercene. "Seguiremo il principio di gradualità, ma non potremo mai prescindere dall’andamento della curva", confermano al quotidiano alcuni membri del Cts ricordando come per programmare le ripartenze l’indice Rt deve scendere almeno allo 0,5. E la strada sembra ancora lunga. 

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