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Elezioni, PRC: "Rotondi alfiere del green-washing in Irpinia"

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Costantino D’Argenio e Michele Solazzo

Si legge sul sito del partito fondato da Gianfranco Rotondi: “Verde è Popolare …[persegue]… l’obbiettivo di un ambiente da organizzare e curare mai dimenticando i diritti della persona, ivi compreso quello allo sviluppo. Un ambiente da gestire con risolutezza e responsabilità nei principi e nelle azioni, facendone sempre in segno di una contiguità e non di una dicotomia fra sviluppo economico, valorizzazione degli aspetti produttivi del territorio e valorizzazione dell’ambiente.”

In poche parole si delinea perfettamente quello che negli ultimi anni è stato definito green-washing, ossia la tendenza ad ammantare di ambientalismo le proprie iniziative, volte invece in modo risoluto verso il profitto e noncuranti della devastazione ambientale. Quali siano gli interessi economici che tra gli altri si accinge a tutelare il futuro deputato? (che tale sarà in ogni caso avendo un paracadute in Sicilia, altra terra interessata dai fenomeni che descriviamo). Certamente tra questi interessi c’è l’eolico selvaggio, di cui l’Alta Irpinia è satura, e tra i cui protagonisti si annovera l’imprenditore D’Agostino, fresco di nomina in Forza Italia come responsabile innovazione sviluppo, nonché principale sponsor di Rotondi.

Non è questo l’ambientalismo di cui abbiamo bisogno, quello che copre affari e interessi economici milionari con il velo del “capitalismo verde”, nuova forma del capitalismo predatorio. Noi riteniamo che l’energia, come l’acqua sia un bene comune, che vada sottratto dalla speculazione privata e restituito al Pubblico, per questo sosteniamo convintamente Unione Popolare e il suo programma alle prossime elezioni del 25 settembre.

Lettera aperta a Gianfranco Rotondi da Luigi Caputo di Rifondazione Comunista

Caro Gianfranco,

non saprei dire con precisione che cosa mi abbia spinto a scrivere queste righe.

Forse le comuni radici atripaldesi.

Oppure il ricordo di una campagna referendaria affrontata insieme nell'ormai lontano 1991, per l'abolizione delle preferenze multiple: tu, esponente della minoranza democristiana, io, allora giovane socialista, insofferente, insieme ad altri compagni del Movimento Giovanile, all'invito craxiano "ad andare al mare", e impegnato anima e corpo per il buon esito della consultazione. Una battaglia di libertà, la chiamammo.

Oppure ancora, l'aver avuto entrambi un padre socialista, dalla militanza limpida e disinteressata. Padri amici tra loro, protagonisti delle battaglie sociali degli anni Sessanta. Per i filovieri in lotta per il posto di lavoro, nell'autunno del 1969, tuo padre fu qualcosa di più di un "compagnon de route": piuttosto un amico, un punto di riferimento, un confidente, un motivatore, si direbbe oggi.

Sarà per l'insieme di tutti questi motivi - che oscillano tra il personale e il politico- che la notizia della tua candidatura ad Avellino nelle fila di Fratelli d'Italia ha suscitato in me una sensazione di sconcerto, anzi di stupore. Certo, la scelta di collocarti nel campo del centro-destra era acquisita da tempo. Ciò non di meno, mi sembrava quasi impensabile che proprio tu, il moderato per eccellenza, lo strenuo e tenace difensore della storia della DC e custode della sua tradizione, l'artefice di molteplici tentativi di rifondare lo scudo crociato, l'allievo di Fiorentino Sullo - antifascista della prima ora ed amico di Guido Dorso - abbracciassi il simbolo in cui campeggia la fiamma tricolore, emblema della continuità del neofascismo italiano per l'intero dopoguerra. Sotto quel vessillo, che FdI ha ereditato dal MSI e che le anime belle oggi chiedono - fuori tempo massimo - di rimuovere, nella totale inconsapevolezza che senza di esso crollerebbe un intero (pericoloso) progetto politico - hanno militato nel corso del tempo personaggi nefandi come Rodolfo Graziani (criminale, quantunque impunito, di guerra, massacratore delle popolazioni civili libiche ed etiopi), Junio Valerio Borghese, detto il "principe nero" (fondatore del Fronte Nazionale ed ideatore, nel 1970, del cosiddetto "golpe dell'Immacolata" ), Franco Giorgio Freda (tra i più efferati protagonisti della strategia della tensione, condannato in via definitiva per gli attentati dinamitardi dell'estate 1969 insieme al suo sodale Giovanni Ventura), Pino Rauti (fondatore dell'organizzazione terroristica " Ordine Nuovo " e salvato dall'arresto nel 1972 proprio grazie al l'immunità parlamentare garantitagli dall'elezione al Parlamento nelle file missine), Guido Giannettini (agente del SID, anch'egli coinvolto nelle trame nere e nei relativi depistaggi). Del resto il nume tutelare . di quel partito, Giorgio Almirante, non aveva avuto ritegno a definirsi, nella propria autobiografia, "fucilatore di partigiani". Quando si afferma che il MSI ha avuto la funzione di incanalare le spinte eversive presenti nell'estremo destra nell'alveo delle istituzioni democratiche, si afferma solo una mezza verità, che non tiene conto delle relazioni ambigue mantenute da quel partito con la galassia della destra radicale, spesso incoraggiata, sostenuta, coperta, talvolta utilizzata al fine di favorire nel Paese una torsione autoritaria. Un esempio su tutti: il 14 dicembre 1969, due giorni dopo la strage di piazza Fontana, il Movimento Sociale indiceva a Roma una manifestazione denominata "appuntamento con la nazione" e "grande adunata", preceduta da pubblici appelli alle Forze Armate a " ristabilire l'ordine" e da un'intervista di Almirante in cui il segretario missino dichiarava che "tutti i mezzi sono giustificati nella lotta contro il comunismo".

Veniamo ora al rapporto di Fratelli d'Italia con la storia missina. Il retaggio di quest'ultima FdI non solo non lo mai ricusato né sottoposto ad esame critico, ma lo ha sempre rivendicato apertamente, come ad esempio nella mostra che nel 2016 celebrava i settant'anni della fondazione di quel partito. Dal MSI il partito di Giorgia Meloni ha ereditato l'atteggiamento ambiguo nei confronti del fascismo storico ("abbiamo consegnato il fascismo ai libri di storia"), che denota una visione della storia stessa - come ha evidenziato G. De Luna- come una sorta di mostra permanente dell'antiquariato, una disciplina prigioniera del passato che studia e pertanto incapace di interpretare le urgenze del presente", quasi che la cesura del 1945 possa recidere qualsiasi rapporto di derivazione o, semplicemente, di connessione, fra le posizioni del fascismo storico e quelle dei suoi epigoni, assicurando a questi ultimi una sorta di zona franca ideologica. Quando Meloni dichiara di non poter rimuovere la fiamma dal simbolo perché rappresenta un fattore identitario tocca il nervo scoperto della destra italiana, la quale ha compiuto nel corso di questi anni un percorso inverso rispetto a quello svolto precedentemente, a fatica e non senza contraddizioni, da Alleanza Nazionale guidata da Gianfranco Fini, sul quale il mondo della destra ha lanciato, non a caso, l'anatema della "damnatio memoriae". Un percorso di riflusso identitario verso le rocciose certezze della fiamma tricolore, culminato nella riappropriazione della sua simbologia. Un vero e proprio processo di restaurazione nel segno del "ritorno ai principi". Un po' come accadde alla Lega di Bossi dopo la traumatica rottura del primo governo Berlusconi. Al termine di questo percorso Fratelli d'Italia ha ritrovato la vecchia subcultura politica reazionaria della destra nazionale, di cui quella che viene in genere liquidata come " paccottiglia nostalgica" rappresenta invece una componente costitutiva.

Caro Gianfranco,

questo è il partito in cui hai deciso di candidarti. Un partito che coltiva un linguaggio violento, discriminatorio, fobico. Prendiamo il tema sensibile dell'immigrazione. FdI propone di affrontarlo con il blocco navale. Il blocco navale è una misura bellica che contempla, nel caso di sua violazione, la possibilità di aprire il fuoco contro il "nemico", quindi di uccidere. Penso non ci altro da aggiungere. Quanto al programma, qui i legami con la tradizione fascista e post-fascista si fanno ancora più evidenti. La proposta del presidenzialismo non rappresenta altro che la riproposizione integrale di un vecchio cavallo di battaglia del Movimento Sociale, con tutta la sua carica antipartitica e di critica alla democrazia rappresentativa. La contrarietà all'aborto viene motivata non con la difesa della vita fin dal suo concepimento ( posizione rispettabile anche se per me non condivisibile), bensì con le vecchie suggestioni della politica natalista volta a contrastare quella che, con espressione assurda, viene definita "sostituzione etnica". La politica culturale poi propone l'intensificazione del revisionismo storico, con il tentativo di ripetere il colpo riuscito con il Giorno del Ricordo del 10 febbraio. Estrapoliamo una perla da questo programma: l'istituzione, citiamo testualmente, di un " Giorno del Ricordo per le vittime delle Marocchinate". Tutto vero, purtroppo.

E l'elenco potrebbe continuare.

Lascio a te trarre le conclusioni, constatare la siderale distanza e la totale inconciliabilita' di tale lessico con quello aperto, inclusivo e teso al dialogo, proprio della tradizione dei cattolici democratici italiani. Se Aldo Moro descriveva mirabilmente, a mio modo di vedere, la democrazia come "lo stato del valore umano", quello contenuto "in nuce" nei programmi di FdI appare invece simile allo stato "del valore disumano" : chiuso, misoneista, portatore di una visione della nazione ancora di tipo etnico. Anche se non ho difficoltà a credere alla buona fede dei moderati come te nel tentare di mitigare i tratti più oltranzisti e gli atteggiamenti più bellicosi della nuova comunità politica in cui sei approdato, non posso essere ottimista riguardo al buon esito di questa opera di civilizzazione politica di cui ti sei fatto carico. Anche per questo motivo mi auguro che il 25 settembre la coalizione di cui fai parte soccomba, a dispetto di ogni pronostico e sondaggio, e a questo obiettivo dedicherò ogni mio sforzo in questi ultimi giorni di campagna elettorale. 

Cordialmente

Luigi Caputo

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