A Paternopoli rivive la tradizione della Notte del Lauro

Andrea Forgione racconta la vera storia della Notte del Lauro, un rito antico sconosciuto in tutta l'Irpinia

Paternopoli custodisce una tradizione antichissima che si rinnova di anno in anno conservando tutta la suggestione dei tempi che furono. Il rito prende il nome di Notte del Lauro e ricorre la notte compresa tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua.

La Domenica Santa la maggior parte dei balconi, ingressi o giardini delle case,  sono ornate da composizioni di alloro e si gira per il paese per osservare l’operato notturno degli “artisti”. Ma non sempre la pianta protagonista è il lauro: se al suo posto si trova lo “sauco” (sambuco), si vuole intendere disprezzo verso la persona, bersaglio  del dono.

A spiegare le origini di questa tradizione e la VERA STORIA DELLA NOTTE DEL LAURO A PATERNOPOLI è stato Andrea Forgione, cultore della tradizione locale e amante della sua terra.

Di seguito il racconto
"A Paternopoli vive una antica tradizione: il sabato che precede la pasqua i giovani portano alle ragazze di cui sono innamorati corone intrecciate di alloro e le appendono ai balconi. Questa usanza esiste solo a Paternopoli ed è sconosciuta in tutta l'Irpinia.

Sulla nascita di questa tradizione sono nate decine di leggende, ma tutte poco verosimili. Da uno studio da noi effettuato siamo risaliti alla vera storia della notte del lauro. Tutto comincio' nel 2500 avanti cristo. Un antico popolo italico, i sanniti, attraverso migrazioni, chiamate ver sacrum ,occuparono l'irpinia, costituendosi in tribu'. Essi i si fusero con un popolo osco, stanziale fin dal 1000 avanti Cristo, dando origine agli irpini. Gli irpini non furono mai un regno compatto ma una federazione di territori chiamati touto. Una di questi era Taurasia e comprendeva le terre bagnate dal fiume fredane e dal fiume calore. Come loro capitale scelsero Taurum, l'odierna Paternopoli, perchė posta alla confluenza dei due fiumi e perchė dal suo punto più alto, l'odierna serra, si poteva controllare il più importante santuario del mediterraneo occidentale: l'ara della dea mefite, nell'odierna Villamaena. Sulla collina della serra fu eretto un oppidum, con mura di pietra alte due metri. Intorno sorgevano i piccoli vici: frigento, gesualdo, fomtanarosa, luogosano, san mango, taurasi, lapio, castevetere, montemarano, castelfranci e torella lombardi. Ogni anno, nel giorno dell'equinozio di primavera, tutti gli abitanti di taurasia si incontravano a taurum -paternopoli per scambiare e vendere pecore, lana , cavalli, carne secca , vasellame, armi ed attrezzi agricoli. ma soprattutto per assistere alla consacrazione dei giovani guerrieri. In un grande recinto di legno i giovani di 15 anni si affrontavano in una lotta incruenta per dimostrare forza e coraggio, ed essere uomini. Ad ogni vincitore il meddix maximo di taurum donava una corona di alloro , mentre il genitore consegnava un cinturone di bronzo, rame o cuoio, che il guerriero portava per tutta la vita e che lo seguiva nella tomba. La sera, poi, si ballava e si mangiava , bevendo sidro o birra fermentata. I nuovi guerrieri, ormai in eta' da matrimonio, erano soliti appendere alle porte delle case o dei carri la corona di alloro per segnalare il loro amore a qualche fanciulla vista l'anno prima o in occasione della festa. Il mattino successivo , quando ci si recava a piedi al santuario della dea mefite,distante solo qualche chilometro, i consuoceri ed i due giovani si incontravano per sottoscrivere il contratto di matrimonio. E cosi fu per 300 anni finche' non giunsero i romani. Seguirono secoli di guerre , con alterne vicende, fin quando nel 216 avanti cristo il cartaginese Annibale sterminó i romani nella battaglia di canne. Al fianco di annibale combatterono anche i taurasini . E cosi, quando Annibale fu richiamato a Cartagine, per affrontare Scipione l'africano, taurum resto' sola. I romani entrarono in taurasia e la distrussero, uccidendo piu' di mille guerrieri irpini. Gli altri furono sgozzati o impalati, le donne violentate e vendute come schiave, ed i giovani guerrieri portati a capua nelle scuole di gladiatori. I romani copiarono tutto da noi, compreso il lauro, solo che da loro divenne emblema di potere, mentre da noi era simbolo di amore eterno. Gli irpini tentarono ancora di liberarsi dei romani fino al 71 avanti cristo, quando combatterono al fianco di spartaco. Ma la cavalleria di crasso li stermino a caposele.
I pochi irpini sopravvissuti di taurasia, peró, non dimenticarono la loro storia ed in segreto continuarono a dichiarare il loro amore con l'alloro o lauro. Poi venne il cristianesimo e piu' tardi i longobardi . L'alloro fu spostato alla notte di pasqua.........al santuario della dea mefite non andiamo piu' in pellegrinaggio ma i nostri giovani guerrieri continuano a dichiarare alle loro fidanzate amore eterno con una corona di alloro. A Paternopoli gli irpini vivono ancora , l'amore li ha preservati dall'oblio imposto dai vincitori"
Andrea Forgione

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