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Mercoledì, 18 Maggio 2022
Cronaca

Processo omicidio Gioia, la moglie: "Elena e Giovanni avevano un rapporto morboso e malato"

Questa mattina è ripreso il processo ai due fidanzati accusati dell'omicidio di Aldo Gioia, 53enne di Avellino ucciso a coltellate

Questa mattina, presso il Tribunale di Avellino, è ripreso il processo che vede imputati Elena Gioia e Giovanni Limata per l'omicidio di Aldo Gioia, 53enne di Avellino ucciso a coltellate il 23 aprile scorso.

Elena Gioia è assistita dal legale Livia Rossi del foro di Roma; mentre Giovanni Limata è difeso dagli avvocati Kalpana Marro e Fabio Russo. 

Nell'ultima udienza del 24 novembre scorso, c'è stata la ricostruzione dei fatti da parte del vice questore Gianluca Aurilia, che ha minuziosamente descritto i drammatici fatti avvenuti nell'aprile scorso. Poi è stato il turno di Alfredo Genovese, ispettore della Squadra mobile di Avellino, intervenuto presso casa Gioia poco dopo le 23. Gli inquirenti hanno ascoltato anche Stefano Lippiello, agente della Squadra mobile e il sovrintendente della Polizia di Stato, Luigi Pepe.

L'udienza odierna, invece, ha visto protagoniste la dottoressa Sementa, la moglie di Aldo Gioia e la figlia Emilia Gioia.

“Il 26 aprile 2021 il Pm mi conferiva l'incarico di eseguire l'esame esterno e l’esame autoptico sul corpo di Aldo Gioia - afferma il medico legale Carmen Sementa - sul corpo furono trovate 14 lesioni da arma da taglio. Quattro localizzate nella zona del torace e, altre dieci, divise tra gambe e braccia”. La dott.ssa Sementa, successivamente, si è soffermata sull'arma del delitto: “L'arma utilizzata presentava caratteristiche particolari e ho immediatamente riscontrato una compatibilità tra le lesioni presenti sul corpo della vittima e l'arma utilizzata per il delitto. L’esame ha sottolineato, inoltre, che la forza impressa ai fendenti fosse così elevata da recidere anche radio e metacarpo. Ovviamente, la forza esercitata e le gravi recisioni ossee, fanno pensare che l’aggressore di Aldo Gioia fosse un uomo". 

“Era un venerdì sera ed eravamo tutti in casa. Come nostra abitudine ordinavamo una pizza a domicilio. Eravamo tutti nelle nostre stanze - inizia così il racconto di Liliana Ferraiolo, moglie di Aldo Gioia -all’improvviso sentimmo le urla lancinanti di Aldo. Ho impiegato pochi secondi per raggiungere il salone dove si trovava Aldo. Appena lo vidi mi resi subito conto della gravità delle ferite. Chiesi ad Aldo chi fosse stato e lui rispondeva che non lo sapeva. Emilia cercava di tamponare le ferite. Io chiamai il 118 e successivamente il 113. Ricordo che Aldo mi aveva detto di stare attenta e di guardare dietro la tenda. Intanto Emilia aveva chiuso la porta, che era spalancata. I soccorsi sono giunti immediatamente. La polizia mi chiese informazioni sulle chiavi di casa. Intanto io rimanevo accanto ad Aldo, che non aveva più forza. Arrivammo al Pronto Soccorso e vidi numerosi medici che tentavano di aiutarlo. Ero preoccupata anche per le ragazze, che erano rimaste sole con gli agenti. Intanto i poliziotti continuavano a tempestarmi di domande. A quel punto risposi che dovevano cercare Giovanni Limata. Aggiunsi che era di Cervinara e che li avrebbero dovuto cercarlo. Dopo pochi istanti uscì il medico e mi disse che Aldo non ce l’aveva fatta. Fui condotta in Questura, dove ritrovai le mie figlie. Qui mentii a entrambe: affermando che il padre si sarebbe salvato. Invece, Aldo, non c'era già più”. Liliana Ferraiolo, poi, ha parlato di Giovanni Limata.

I due genitori, fin dall'inizio della relazione tra la figlia e Giovanni Limata,  avevano avvertito pesanti disagi accrescere nella vita della figlia: “Immediatamente io ed Aldo dicemmo ad Elena che non avrebbe dovuto più vedere il Limata, poiché era stato protagonista di alcuni episodi di violenza nei confronti della stessa Elena. Ricordo un dialogo che ebbi con Giovanni e mi disse che dormiva in un garage. Io mi adoperai con Aldo affinché il ragazzo potesse tornare a casa. Riuscii a parlare anche con la madre in cui ribadii che non eravamo d’accordo con questa relazione. Purtroppo, nonostante diversi allontanamenti, loro tornavano sempre insieme. Io e Aldo decidemmo di installare sul cellulare di Elena un'app di tracciamento. Quando riuscimmo a incontrarli entrambi gli proponemmo di aiutarlo a completare gli studi ma, da parte di Giovanni, vedevo solo aggressività. In questa occasione capimmo che era un ragazzo che non voleva essere aiutato, voleva soltanto Elena". 

“Avevano un rapporto morboso e malato"

“Avevano un rapporto morboso e malato. Si sentivano in continuazione. Videochiamate, telefonate e WhatsApp. Elena, però, non uscendo spesso, anche durante le lezioni in DAD parlavano in continuazione tramite chat. Purtroppo questo problema veniva affrontato quotidianamente nella nostra famiglia. Questo meccanismo malato non ci consentiva di essere sereni. Quando seppi che questo ragazzo non aveva neanche i documenti, io volevo denunciarlo. Aldo mi diceva che noi dovevamo lavorare su Elena, ma io ormai la vedevo spenta. Anche Emilia, che doveva finire la tesi, mi chiese di aspettare. A quel punto decisi che non avrei atteso più di un mese. Se nulla fosse cambiato, mi sarei decisa ad andare dai carabinieri". 

La lettera dal carcere 

Elena Ferraiolo, infine, descrive il contenuto di una lettera che Giovanni Limata, le ha inviato dal carcere: "Ho ricevuto anche una sua lettera dal carcere in cui affermava che non era sua intenzione farci del male. Che non avrebbe mai fatto del male a me ed Emilia. Aggiungendo che, se avesse voluto farlo, avrebbe avuto diverse occasioni per farlo". 

L’ultima a parlare è stata Emilia Gioia, figlia di Aldo, che ha descritto i drammatici momenti della sera in cui il padre veniva assassinato: “Quella sera ordinammo una pizza in casa. Dopo ci ritirammo nelle stanze. Sentii Elena andare a buttare la spazzatura. Dopo pochi minuti avvertii le urla strazianti di mio padre. Nel frattempo chiusi la porta d’ingresso, che era spalancata. Al momento delle urla, Elena era dietro di me e mia madre. Mi girai solo un attimo e la vidi pietrificata”. Il rapporto con Giovanni Limata: “Non mi sono mai interfacciata direttamente con Giovanni Limata. Ho parlato, però, con Elena dove le consigliai di interrompere questa relazione che io definivo tossica. Purtroppo, in famiglia, si parlava molto spesso di questa relazione e io condividevo la preoccupazione dei miei genitori. Una preoccupazione nata dopo diversi episodi preoccupanti, a cominciare da uno schiaffo dato da Giovanni a Elena. Un episodio che io reputai assolutamente inaccettabile. Sentivo che Elena non stava bene. Spesso la sentivo piangere nel corso della notte”. 

La prossima udienza è attesa per il 27 gennaio alle ore 9,30.

Il delitto

Aldo Gioia è stato assassinato la sera di venerdì 23 aprile da Giovanni Limata, 23 anni di Cervinara, entrato in casa della vittima grazie alla complicità della figlia 18enne, Elena Gioia, sua fidanzata all'epoca del delitto.

Le urla di Gioia, colpito mentre dormiva, avevano richiamato l'attenzione della moglie e dell'altra figlia e l'aggressore era scappato. Poco dopo era rincasata Elena, che aveva chiamato i soccorsi: alle Forze dell'Ordine aveva parlato di un'irruzione da parte di ladri.

Giovanni Limata, rintracciato dagli agenti della Squadra mobile a Cervinara, dove abitano il padre e il fratello, ha confessato l'omicidio. Anche la 18enne Elena Gioia, quella sera stessa, ha confessato agli inquirenti di aver pianificato con il fidanzato la morte del padre. E' stata proprio Elena, infatti, a farlo entrare in casa uscendo col pretesto di andare a gettare la spazzatura e lasciando la porta aperta. 

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