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La storia di Gerardo: "Fiducia nell'Arma ma non ritornerei più a fare il carabiniere"

La storia dell'ingiusta detenzione di Gerardo De Sapio ha calamitato l'attenzione di 800mila spettatori

La storia della ingiusta detenzione di Gerardo De Sapio, carabiniere montefortese che ha combattuto la camorra, per la divisa ha anche rischiato la vita in conflitti a fuoco, ha calamitato l’attenzione di 800mila spettatori. La trasmissione “Sono Innocente”, condotta da Alberto Matano e andata in onda su RaiTre, ha ripercorso tutta la vita del brigadiere De Sapio. Un giorno venne arrestato con un'accusa falsa: essere colluso con i clan. Diciannove giorni in carcere.

L’intera vicenda è stata raccontata dal diretto interessato, dalla moglie Vincenzina Bruno, dall’amico ed ex carabiniere Carmine De Vito, colui il quale ricevette la prima telefonata al momento dell’arresto e dall’avvocato Gaetano Aufiero che grazie ad elementi schiaccianti sull’onorabilità del carabiniere è riuscito a tirarlo fuori dalle patrie galere e a farlo assolvere perché il reato dell’accusa non aveva fondamento.

Una storia che Gerardo De Sapio raccoglierà in un libro. Benefico il fine: raccolta di fondi per il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il volume sarà pronto per fine marzo. Sarà un’autobiografia: dall’arruolamento nel 1976 fino ai giorni terribili dell’arresto e della sua vita post carceraria.

Gerardo De Sapio  finisce in carcere perché durante un colloquio viene intercettato un dialogo tra un esponente di un clan camorristico avellinese e la moglie che “Gerardo di Monteforte ha avvertito che ci sta un fascicolo cosi grosso di arresti”. Che nella realtà non verranno mai eseguiti. Quelle parole intercettate, senza i dovuti approfondimenti di chi indaga, cambiano la vita ad un servitore dello Stato. Da aver partecipato a vari servizi anti-camorra, preso latitanti e arrestati tutti gli esponenti del clan Partenio-Cava, rimasto coinvolto in conflitti a fuoco, si ritrova dall’altra parte, con un’accusa infamante: divulgazione notizie per agevolare l’associazione camorristiche dell’avellinese.

E’ l’8 marzo del 2008, ore 7.35 i carabinieri bussano alla porta di casa sua. Va ad aprire la moglie Vincenzina e si ritrova i carabinieri davanti l’uscio. Lo dice al marito che sta ancora a letto e i due colleghi entrano. Gli dicono che per lui c’è un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. “Mi crolla il mondo addosso, inutile strillare, piangere, mi preparo, sono molto agitato, non mi viene data nessuna spiegazione e prima di salutare mia moglie stravolta faccio una telefonata al mio amico Carmine avvisandolo dell’arresto. Resto lucido, sono sicuro che è tutto un errore, qualche vendetta. Tranquillizzo i miei familiari, in casa ci sono mio figlio e mia moglie e vado via con i carabinieri”. Nel momento in cui si chiuse quella porta, per la moglie Vincenzina iniziò un tunnel oscuro: “mi sentii persa”.

  “Non mi mettono le manette, nessuna perquisizione, non gli chiedo motivo, mi fanno sedere dietro in auto, entro in caserma, saliamo dal  comandante del nucleo operativo e mi dà l’ ordinanza e rimango sbalordito” annuncia Gerardo che aggiunge: “Fare carabiniere è un pregio, è una grande istituzione, sono persone serie, anche se sono stato coinvolto in una storia triste non la critico, l’arma rimane la numero uno in Italia”.

Inizia a sfogliare l’ordinanza e subito capisce che “Potevo essere non io, quando si arresta bisogna fare accertamenti, mai nulla a me, nessun pedinamento, intercettazione, le accuse si sono basate sul colloquio in carcere”.

I dubbi assalgono l’integerrimo carabiniere De Sapio: “ci sono troppe omissioni, non vedo tutte le mie annotazioni contro i malavitosi, c’è una precisa volontà di colpirmi, il quadro presentato al pm è ben diverso dalla realtà”. Intanto i colleghi del reparto sono meravigliati. “Durante foto segnalamento mi scendevano le lacrime”, un collega gli disse: “Mi dispiace è una cosa che non volevo fare”.

Poi il viaggio verso Santa Maria Capua Vetere per essere ristretto nel carcere militare. Quella grande porta carraia che si apre, l’ingresso alla matricola per le formalità di rito: “mi hanno fatto la perquisizione, cosa più vergognosa della mia vita, dovevo consegnare tutto. Mi hanno denudato”. Agghiacciante poi quando scopre che il suo posto in cella è in quella di alta sicurezza: “ sotto terra, una finestra con poca luce, isolato da tutto e tutti. Non riuscivo a dormire, mi è venuta l’ansia, prima non sapevo cosa fosse”.  

La dura vita del carcere. “Solo, abbandonato come un verme per più giorni”. Un agente penitenziario, trasgredendo alle regole dopo qualche giorno gli consegna un libro sui mondiali di calcio: Messico 70 “avvertendomi di non farmi scorgere”

Arriva il momento dell’interrogatorio con il Gip: "Brigadiere De Sapio, lei conosce questo camorrista?" Certo, gli ho fatto prendere un ergastolo". Gerardo si difende punto su punto. "Io che ho sempre combattuto la camorra, vengo accusato di essere un colluso. Che assurdità". Non basta ancora ma la sua situazione cambia un po’ almeno nel carcere: viene messo in una cella con altri detenuti. “Pensavano all’inizio che fossi un infiltrato per scoprire chissà cosa”

Il primo colloquio con i familiari. “Mia moglie era emozionata si ritrovava in un contesto non nostro, gente che ci guardava”.

L’appuntamento con l’avvocato Gaetano Aufiero per mettere a punto la difesa. “Mi diceva in maniera ossessiva che era ingiusta la misura, lessi l’ordinannza mi resi conto che qualcosa non andava. Non c’era traccia di informative contro queste persone che l’accusavano. Ho difeso spesso affiliati o presunti tali ai clan in questione e mi sono scontrato in molti processi con De Sapio, è sempre stato temuto, ritenuto ostico da tutti. Il giudice non ha valutato elementi importanti, mi sono accorto che quegli elementi erano esistenti, non erano stati messi a disposizione del giudice. Misi l’ archivio sottosopra, avevo quelle relazioni che potevo utilizzare per farlo scagionare. Chi ha fatto le indagini erano a conoscenza delle informative ma stranamente non le ha trasmesse al giudice".

Il tempo si è fermato. L’attesa del Riesame ancora più pesante: viene spostato. Pasqua la trascorre in carcere e scrive una lettera alla moglie. “Ci sono rimasto malissimo, il mio stato d’animo era pessimo, mi sono arrivate tante lettere e telegrammi in carcere che mi facevano compagnia”. Intanto socializzava con gli altri detenuti: “un altro era considerato pericolo, mi dissero di stare lontano da lui, ma non lo feci. Tutti si informavano sulla mia situazione: tu uscirai mi dicevano e quando vai via per non ritornare più devi rompere lo spazzolino da denti”. Una usanza che ben pochi conoscono.

Il Riesame finalmente prende in carico la posizione di Gerardo De Sapio. L’avvocato Gaetano Aufiero presenta una corposa memoria difensiva. “Dopo pochi minuti di arringa, il giudice mi interruppe, non c’è bisogno di aggiungere altro” annuncia l’avvocato.

La lieta notizia della scarcerazione finalmente arriva: “viene un poliziotto e mi dice che dobbiamo andare in matricola. –dice Gerardo De Sapio - Firmo e vado via, mi consegnano tutto, quando entro nella cella, i detenuti mi abbracciano, a me dispiaceva lasciarli, tutte persone umili, mi ero affezionato, mi hanno aiutato a fare tutto, li saluto e uno di loro mi ricorda di spezzare lo spazzolino e lo butto”. La vita carceraria alle spalle: all’esterno trova il suo amico Carmine. Ritorna a Monteforte ma lì va incontro ad un’altra vicenda che lo segna: “la gente per strada non mi salutava, i carabinieri mi evitavano, se non chiudi la partita definitivamente e non dimostri di essere innocente, tu sei per tutti sempre un mafioso” dice amareggiato.

De Sapio va in congedo e lascia quella divisa per la quale aveva rischiato la vita. “Per colpa di chi non ha saputo fare le indagini, non era giusto screditare i carabinieri”.

Ma un sassolino dalla scarpa l’ex brigadiere se lo toglie: “Una vendetta, gelosia, ancora oggi non capsico il motivo dell’arresto. Chi mi ha fatto arrestare era soddisfatto, tutta invidia. Ma almeno dopo anni queste persone sono state trasferite da Avellino: potevano avere una vendetta sui miei figli”

"Se tornassi indietro non arresterei più". Gerardo ha vissuto sulla propria pelle un'ingiusta detenzione ma porta ancora i segni: "ho arrestato tante persone, trattato sempre tutti con dignità, mai alzato le mani”. Da tutta questa storia ha imparato “di non avere più fiducia di nessuno ma solo di mia moglie e dei miei figli, non frequento nessuno. Ora il mio tempo lo trascorro per completare il libro: in carcere si sta male, c’è degrado, detenuti non hanno soldi per sigarette e detersivi”.

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