Scarcerato Gennaro Pagnozzi, il boss più longevo ritorna a San Martino

Contrabbandiere di primo ordine,  fu tra i primi ad opporsi a Raffaele Cutolo allorquando costui impose la tassa su ogni cassa di sigarette di contrabbando trattata dalla camorra

Ha l’etichetta di essere uno dei boss più influenti della Campania: Gennaro Pagnozzi, settantasettenne capostipite della famiglia mafiosa, operante a cavallo delle province di Benevento, Avellino, Caserta ed hinterland napoletano ( in particolare, Ponticelli e S. Giovanni a Teduccio), indagato dalle direzioni distrettuali antimafia di Napoli, Milano e Roma,   può ritenersi fortunato sotto il profilo giudiziario in quanto, anche grazie a sapienti scelte difensive dell’avvocato Dario Vannetiello,  nel corso di questi decenni è stato tante volte processato  ed  assolto.

In accoglimento dell’istanza depositata dal suo difensore,  la Corte di  appello di Napoli, ha acconsentito al ritorno di Gennaro Pagnozzi nella sua villa di San Martino Valle Caudina ove sarà ristretto agli arresti domiciliari, nonostante sul suo capo pendono condanne per un totale di anni 14 di reclusione. 

Contrabbandiere di primo ordine,  fu tra i primi ad opporsi a Raffaele Cutolo allorquando costui impose la tassa su ogni cassa di sigarette di contrabbando trattata dalla camorra.

Fu proprio per evitare agguati  dai cutoliani che Gennaro Pagnozzi, soprannominato il Giaguaro, lasciò S. Giovanni a Teduccio e si trasferì nella valle caudina.        

Nel mese di marzo del corrente anno è stato condannato in primo grado ad anni otto di reclusione dal Tribunale di Napoli - VII sezione penale -, per quattro  episodi di usura, sui ben tredici contestati dall’accusa,    avvenuti nella periferia di Napoli, zona di Ponticelli, tutti aggravati dal metodo mafioso nonché dall’essere il Pagnozzi recidivo reiterato, specifico ed infraquinquennale.

L’udienza di appello è fissata  per il giorno 11 ottobre, ma, nel frattempo, colui che  ha caratterizzato oramai mezzo secolo della criminalità campana è ritornato nella sua abitazione dalla quale mancava da anni. Basti ricordare, che allorquando era in vigore la legge che impediva alle persone pericolose di vivere nel proprio comune di residenza,  nel 1991 fu “ confinato” per ben tre anni nell’isolato  comune di Lacedonia.

Fu anche imputato  in  uno dei più noti processi fatti alla camorra, il cosiddetto processo  Spartacus 1, all’esito del quale l’allora pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli, dott. Raffaele  Cantone, ne chiese l’assoluzione  sol perché gli atti processuali avevano dimostrato che il Giaguaro ed il suo primogenito Domenico si erano ribellati allo strapotere dei casalesi,  rifiutando di federarsi con costoro.

Fu cosi che le province di Benevento ed Avellino non subirono la invasione del famigerato gruppo di Casal di Principe e rimasero sotto la esclusiva influenza del clan Pagnozzi .  

A suo carico ora pende una ulteriore condanna in primo grado per il delitto di estorsione pari ad anni sei, irrogata il 22 giugno dal Tribunale di Avellino, in relazione alla quale a breve presso la Corte di appello di Napoli verrà fissata la relativa udienza di trattazione .

Basti pensare che  in totale, tra latitanze dorate ed irreperibilità,  risulta aver sofferto nelle patrie galere solo  undici anni. 

Oggi, come è noto, il figlio Domenico, soprannominato “il professore”, ha allargato il raggio di azione del clan, atteso che è ritenuto essere il capo di una vasta  organizzazione mafiosa che avrebbe esportato la camorra nella zona a sud est di Roma,    tanto che il processo in corso  è stato battezzato “ camorra capitale”.

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