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Varianti Covid-19, A. Budillon: "Il vaccino unica arma contro le mutazioni"

"Il virus ha bisogno di organismi ospiti in cui replicarsi per sopravvivere. Solo vaccinandoci, quindi riducendo le possibilità di riprodursi, riusciremo a debellarlo". L’intervista al Direttore del CROM di Mercogliano“

I virus, in particolare quelli a Rna, come i coronavirus, evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Da inizio pandemia sono state osservate migliaia di varianti del Sars-CoV-2. Ma mentre nella gran parte dei casi le mutazioni non hanno avuto un impatto significativo sul virus, “qualcuna spiega l’ISS - gli ha conferito un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l'immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione”. Questo è il caso delle osservate speciali delle ultime settimane: le varianti inglese, sudafricana e brasiliana, che prendono il nome dal luogo in cui sono state individuate la prima volta. In tutti e tre i casi il virus presenta delle mutazioni sulla 'spike', la proteina utilizzata dal virus come chiave falsa per forzare i recettori Ace2 ed entrare nelle cellule umane. Non sempre però le variazioni coinvolgono la “spike” rendendo il virus più infettivo. Qualche giorno fa i ricercatori dell’Università Statale di Milano hanno individuato una nuova variante (la milanese): la mutazione, in questo caso, coinvolge la proteina accessoria Orf6 che può essere un fattore in grado di alterare i meccanismi patogenici del Covid-19. “La mutazione - spiegano i ricercatori - potrebbe avere conseguenze sulla diffusione del virus nell’organismo umano infettato e sull’evoluzione clinica della malattia”. Le varianti stanno suscitano grande preoccupazione nella Comunità Scientifica anche in ottica vaccinazioni. Secondo quanto sostenuto dallo Istituto Superiore di Sanità, "al momento i vaccini sembrano essere pienamente efficaci sulla variante inglese, mentre per quella sudafricana e quella brasiliana potrebbe esserci una diminuzione nell'efficacia". Nel contempo sindaci e governatori, per cercare di contenere la diffusione del contagio, hanno stabilito misure restrittive e zone rosse localizzate nelle zone in Italia dove sono stati registrati casi che derivano da  queste varianti. Ma quanto sono realmente pericolose queste mutazioni? I vaccini sono efficaci contro di loro o dovranno essere riformulati? 

Barbara Fiorillo di NapoliToday ne ha parlato con il dott. Alfredo Budillon, Direttore della struttura complessa di Farmacologia del Pascale e del Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano dove si sta studiando il genoma del Covid-19.

- Dott. Budillon, cosa state studiando al Crom di Mercogliano?

“Il Centro di Ricerche dell’Istituto Tumori Pascale di Marcogliano vanta numerose tecnologie d’avanguardia e un nutrito gruppo di giovani ricercatori che sta lavorando senza sosta per fronteggiare le sfide lanciate dalla pandemia. La piattaforma di Genomica, diretta dal collega Nicola Normanno, sta studiando le alterazioni genetiche dei tumori e sequenziando il genoma del SARS-CoV-2 al fine di osservare il percorso evolutivo del patogeno e le sue mutazioni, attuali e potenziali. Il mio gruppo di ricerca sta studiando, invece, le alterazioni metaboliche e delle citochine (le proteine che regolano l’infiammazione e la risposta immunologica nei pazienti oncologici). L’obiettivo dei nostri studi è individuare eventuali alterazioni specifiche nei malati Covid per prevedere l’evoluzione della malattia e la sensibilità a determinati trattamenti farmacologici”.

- Perché il virus muta e in che modo lo fa?

“Il virus muta, si replica infinite volte, per sopravvivere. E’ una cosa che accade normalmente in natura. In questo processo di replicazione del materiale genetico del virus, si accumulano degli errori, che, se non corretti, e, soprattutto, se non migliorativi dell’efficienza con cui il virus si replica o infetta, si stabilizzano”.

- Da inizio pandemia quante variazioni del SARS-CoV-2 sono state scoperte? E quanto il virus può mutare ancora?

“Da inizio pandemia sono state selezionate migliaia di varianti del virus, molte delle quali ininfluenti e minimali, perchè non ne modificano la capacità di replicazione e diffusione. Quanto più si diffonde e dura l’infezione tanto più il virus può variare”.

- E’ vero che le nuove varianti (inglese, sudafricana e brasiliana) sono più infettive e pericolose di quella originale che ha dato il via alla pandemia?

“Alcune delle varianti del virus - come ho detto prima ne sono state individuate migliaia - si sono dimostrate diverse dal virus che ha dato il via alla pandemia, non solo nella sequenza genica ma anche nei comportamenti che sembrano avere. La variante inglese, ad esempio, ha una maggiore capacità di trasmissione: alcuni dati suggerirebbero anche una sua maggiore letalità, ma si tratta di dati non ancora confermati. Sono in corso studi approfonditi per capire il reale impatto di queste varianti. Al momento l’unica arma che abbiamo per combatterle è la prudenza: continuare, quindi, ad indossare la mascherina e a praticare il distanziamento sociale, mentre prosegue la vaccinazione di massa. Se limitiamo la circolazione del virus, e quindi le possibilità di incontrare soggetti in cui moltiplicarsi, riduciamo le occasioni di selezione e consolidamento di varianti potenzialmente pericolose”.

- Cosa hanno in comune e in cosa differiscono queste tre varianti?

“L’inglese e la sudafricana hanno un’alterazione in comune e un comportamento simile. Mi spiego meglio: una delle mutazioni riscontrata nella variante inglese è anche presente in quella sudafricana, che, però, ha anche altre mutazioni rispetto al ceppo primario. Il comportamento della due è, inoltre, abbastanza simile: queste mutazioni probabilmente ne determinano la maggiore trasmissibilità e patogenicità. Il fatto che le due varianti siano simili è dimostrato anche dal fatto che il vaccino Pfizer funziona abbastanza bene contro l’inglese e anche contro la sudafricana, ma in maniera ridotta. La brasiliana, invece, ha varie alterazioni molecolari diverse dal ceppo principale ed è completamente diversa dalle due sopracitate”.

Quanto sono diffuse in Italia?

“In Italia non sono ancora molto diffuse. Sono stati segnalati poco più di cento pazienti con la variante inglese e alcuni focolai, e pochi casi con le altre varianti. Bisogna dire, però, che il numero di sequenze complete del virus effettuate dai laboratori delle singole regioni, sotto il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità, è ancora basso per ricostruire un quadro completo della situazione italiana”.

- In primavera si sperava che, mutando, il virus scomparisse, come è successo con il SARS-CoV-1 (virus che ha causato l’epidemia di Sars nel 2002-2004). Perchè non è avvenuto?

“Il virus che ha dato il via alla pandemia è diverso da quello della SARS, e, per fortuna, è anche molto meno letale. La minore letalità è una delle ragioni per cui la SARS ha avuto una diffusione minore con meno asintomatici: questo ha reso più facile isolare i casi positivi e frenare la diffusione”.

- I vaccini approvati e attualmente in corso di impiego (di Pfizer, di Moderna e di AstraZeneca) sono efficaci contro queste varianti?

“Sono ancora pochi i dati disponibili oggi sul tema. Pfizer ha fornito dati rassicuranti: il suo vaccino dovrebbe essere efficace contro la variante inglese. Va fatta comunque una considerazione generale: il virus muta, ma, come dicevo prima, le mutazioni che sopravvivono sono quelle che permettono al virus di continuare a moltiplicarsi, e poiché per moltiplicarsi il virus ha necessità di entrare nelle cellule del nostro organismo attraverso dei recettori (cioè “porte” specifiche), se mutasse troppo non potrebbe più entrare. Inoltre, poiché la parte del virus che riconosce queste “porte” è anche quella che riconosce i nostri anticorpi, cioè le nostre prime difese contro il virus, è realistico pensare a una efficacia ridotta dei vaccini, ancora tutta da dimostrare, verso alcune varianti. Va detto anche che i vaccini, in particolare quelli a mRNA sono molto flessibili: non è necessario, in questi casi, sconvolgere l’apparato produttivo, basta semplicemente variare la sequenza dell’RNA per adattarlo alle mutazioni”.

- Se le variazioni dovessero continuare ad accumularsi e la spike dovesse trasformarsi così tanto da diventare irriconoscibile al sistema immunitario, c’è il rischio che i vaccini debbano essere riformulati?

“Siamo abituati a virus che cambiano e alla necessità di dover adattare i vaccini. Questo accade ogni anno con il vaccino influenzale che viene somministrato in autunno: il vaccino viene modificato perché il virus influenzale muta”.

Oltre al vaccino, quali altre strategie si dovrebbero mettere in campo per impedire la diffusione incontrollata di queste varianti?

“Tutte le strategie di contenimento del contagio. Impedendo una diffusione e moltiplicazione del virus, abbassiamo la frequenza con cui si selezionano le mutazioni”.
 

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