Venerdì, 17 Settembre 2021
Salute

La terza dose di vaccino: "Efficacia di Pfizer cala dopo sei mesi"

Solo ieri la casa farmaceutica aveva dichiarato come la dose di richiamo dopo la seconda dose aveva prodotto una alta produzione di anticorpi neutralizzanti contro la variante delta

Gli israeliani di oltre 60 anni già vaccinati potranno ricevere, a partire da domenica, una terza dose di Pfizer, a condizione che siano trascorsi oltre cinque mesi dalla somministrazione della seconda. Lo ha reso noto il ministero della Sanità di Israele, primo Paese al mondo a compiere un passo simile. La scelta dopo che ieri sono stati individuati 2.260 nuovi casi su circa 96 mila tamponi e la crescita anche del numero dei malati gravi (saliti a 153).  

Se la maggior parte dei nuovi casi riguarda i giovani, il Paese sta iniziando a registrare sempre più anziani contrarre l'infezione: una ricerca del ministero della Salute ha mostrato che il vaccino Pfizer era efficace solo per il 16 per cento contro la variante Delta nelle persone vaccinate da oltre sei mesi. Così per arginare la diffusione della pandemia di Covid-19, il governo ha votato la scorsa settimana per ristabilire il programma Green Pass e oggi la nuova corsa in avanti per proteggere i più fragili. 

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Solo ieri la casa farmaceutica Pfizer aveva dichiarato che uno studio di fase iniziato a luglio aveva rilevato come la dose di richiamo dopo la seconda dose aveva prodotto una alta produzione di anticorpi neutralizzanti contro la variante delta, cinque volte superiori nelle persone più giovani e più di 11 volte superiori nelle persone anziane rispetto alle due dosi. Tuttavia si tratta di risultati preliminari.

Commentando questi dati con l'agenzia Adnkronos il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell'Università Statale di Milano, ha spiegato che l'ipotesi di una terza dose di vaccino anti-Covid sia assolutamente da prendere in considerazione. "Siamo, me compreso, verso la fine dell'efficacia e comincia a vedersi anche personale sanitario, come altri cittadini, positivo. Quindi, situazioni che per certi versi inquietano rispetto all'operatività degli ospedali e delle strutture sanitarie".

"Io mi sono vaccinato il 27 dicembre, nel V-day - ricorda Pregliasco - e sono parte di uno studio di valutazione. Effettivamente i titoli anticorpali si sono abbassati, almeno sul test di riferimento che abbiamo usato per questo studio". Ma i parametri da valutare per capire se si è protetti o meno sono diversi: "Ci sono gli anticorpi neutralizzanti, c'è l'immunità cellulare - sottolinea il virologo Insomma, manca ancora una standardizzazione. Ma quello che hanno visto è proprio l'inefficacia, cioè persone che si sono infettate".

Quando farla "dipende dalla disponibilità dei vaccini, immaginiamo come per la vaccinazione antinfluenzale tra ottobre e novembre". Quanto all'opportunità di fare il richiamo a tutti, il medico spiega: "Questo è lo stesso approccio che si ha nella vaccinazione per l'epatite virale di tipo B che viene prospettata alla nascita e si ritiene che, se non c'è un'esposizione più intensa, quindi come quella dei sanitari dove facciamo delle misurazioni degli anticorpi e dei richiami, per il resto della popolazione il dato è di copertura. Io credo che tutto questo dovrà essere valutato anche in combinazione con l'andamento epidemiologico, cioè se il virus rimarrà ancora in modo pesante la vaccinazione universale va valutata. Dipende quindi da due cose: dalla durata" della circolazione del virus "e dall'intensità della protezione immunitaria, perché - chiarisce l'esperto - non è che a 6 mesi la protezione svanisce, c'è sempre un calo residuale proporzionale. E' presumibile che anche a 10 anni di distanza un po' di protezione c'è". Dunque la decisione se fare o non fare la terza dose a tutti, conclude, "è un fatto statistico rispetto alla fattibilità, alla disponibilità dei vaccini, alla voglia di vaccinarsi e all'andamento epidemiologico".

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