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Covid, la vitamina D riduce le morti per il virus: cos'è e dove trovarla

L’integrazione di questa vitamina, in presenza dell'infezione da SARS-CoV-2, è dovuta alla sua azione di modulazione del processo infiammatorio e di regolazione del sistema immunitario

Potrebbe essere definita la vitamina dell’anno del Covid: della vitamina D, la ‘vitamina del sole’, si era parlato poco finché alcuni studi non l’hanno associata ad un possibile effetto di contrasto alle forme più gravi della malattia causata dal coronavirus Sars-CoV-2.

Lo studio 

Un team di ricercatori italiani - che vede coinvolte le Università di Parma, di Verona e gli Istituti di Ricerca CNR di Reggio Calabria e Pisa - guidato dal prof. Sandro Giannini dell’Università di Padova, ha pubblicato sulla prestigiosa rivista «Nutrients» uno studio sull’argomento che evidenzia scientificamente l’effettivo ruolo della vitamina D sui malati di Covid-19.

Lo studio, nello specifico, ha dimostrato come la somministrazione di due dosi consecutive di 200.000 UI di vitamina D sia in grado di migliorare in modo statisticamente significativi gli esiti di malattia Covid-19 soprattutto negli individui affetti da tre o più comorbilità, ovvero i soggetti più fragili e a rischio elevato di letalità, stando a tutti i report epidemiologici finora prodotti in merito agli esiti della malattia pandemica scatenata da infezione da SARS-CoV-2.

Alcune osservazioni hanno suggerito l’ipotesi secondo la quale bassi livelli di vitamina D potrebbe influenzare i decorso di malattia: “Ciò – argomentano i ricercatori – è quanto effettivamente è stato osservato in uno studio che ha recentemente analizzato i dati provenienti da 20 diversi Paesi europei, documentando l’esistenza di una correlazione negativa (r= -0,44; p=0,05) tra i livelli medi di vitamina D in circolo (56,79 ± 10,61 nmol/l) e il numero di casi di Covid-19/milione di popolazione residente in ciascuno dei Paesi considerati. Non solo: il gruppo di studio SENECA ha osservato come i livelli medi di vitamina D siano drasticamente ridotti nella popolazione in età avanzata, soprattutto in Spagna (26 nmol/l), Italia (28 nmol/l) e Svizzera (23 nmol/l), tenendo presente come questo gruppo di popolazione sia, notoriamente, quello considerato più vulnerabile in relazione alla malattia Covid-19”.

Ma cos'è la Vitamina D e come può essere assunta?

Il prof. Giuseppe Russo, medico di base presso l’ASL Napoli 1, che ha in cura numerosi pazienti Covid ha spiegato in un'intervista a NapoliToday che "1/3 del nostro fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dagli alimenti (pesce azzurro, tuorlo d’uovo, latte e formaggio), la restante parte si forma nella pelle attraverso l’esposizione ai raggi solari, e viene immagazzinata nel fegato e nel tessuto adiposo. Gli effetti sono molteplici e svariati. Quelli più noti riguardano la crescita ossea, l’allattamento e la gravidanza. Tuttavia molti studi hanno evidenziato che una sua carenza è spesso associata a diversi tipi di malattie, quali diabete, infarto, morbo di Alzheimer, allergie, sclerosi multipla, obesità e riduzione del tono dell’umore".

Integratori di Vitamina D

La forma più comunemente utilizzata e più consigliata da linee guida e da nota Aifa che ne determina la prescrivibilità e la rimborsabilità è il colecalciferolo, la vitamina D3. Il colecalciferolo è uguale alla forma di vitamina D che noi produciamo a livello cutaneo e va considerato come la vitamina D i cui effetti si possono svolgere solo mediante attivazione, che avviene attraverso passaggi a livello epatico e renale. Nei pazienti con problemi epatici è bene dare il calcifediolo. Ma proprio perché la stragrande maggioranze delle persone non ha patologie epatiche e renali ed è quindi in grado di attivare la vitamina D l’integratore più utilizzato è la D3 o colecalciferolo. 

Funzione protettiva 

La Vitamina D modula il sistema immunitario e l’ipovitaminosi D e potrebbe essere anche associata alla lotta contro la malattia Covid. Ma la vitamina D ha anche tutta una serie di effetti protettivi, seppure non forti, anche come antitumorale. Ci sono dati, che sono molto complessi da interpretare, in cui però sembra prevenire l’insorgenza di tumori frequenti come il cancro alla mammella e al colon. 

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