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Domenica, 29 Maggio 2022
Salute

Covid, perché alcuni non si infettano anche se vivono con un positivo

Persone che mangiano e dormono insieme. Uno "malato", l'altro no, mai contagiato, nemmeno asintomatico. Come è possibile?

E'tutto merito del sistema immunitario, ma i meccanismi della protezione vanno ancora studiati a fondo. Non se ne sa abbastanza. Alcune persone non si contagiano anche se convivono con un positivo al Sars-CoV-2. Com'è possibile? Da tempo c'è l'ipotesi che esistano geni che rendano alcune persone più protette dal contagio secondo un team di lavoro di scienziati e genetisti di Tor Vergata, che con un consorzio internazionale sta analizzando i casi. 

Covid: vivere con un positivo senza infettarsi

Persone che mangiano, vivono, dormono insieme. Uno si infetta e l'altro no. Come è possibile? C'è un gene che conferisce una protezione dal Covid? Il dubbio è che esista davvero un gene che rende alcune persone resistenti. Va aggiunta una categoria oltre gli asintomatici, alle persone con sintomi lievi, a chi ha bisogno solo di ossigeno e chi di ricoverto in terapia intensiva? Quella dei "resistenti”? Il dibattito è aperto e la scienza ha necessità di tempo.

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C'è la storia ad esempio di Valeria Fabbretti e Alessandro Antonini, riportata oggi dal Mattino, coppia di Terni che vive a Milano. Lui un anno fa si ammala, ma pensa sia polmonite, lei gli sta accanto per curarlo e accudirlo, ma senza infettarsi. Scopriranno che era Covid solo mesi dopo con un test sierologico. Solo uno dei due ha sviluppato gli anticorpi.  "Quando c’è una pandemia i fattori in gioco sono il patogeno, l’ospite e l’ambiente, ossia il contesto in cui si sviluppa l’infezione - spiega Giuseppe Novelli, genetista del policlinico Tor Vergata di Roma - Noi ci siamo concentrati sulla seconda, che è fondamentale. [...] Se il virus è lo stesso allora è chiaro che la differenza la fa l’ospite. Questo accade sempre,con tutte le infezioni".

Immuni al Covid per natura: chi sono quelli che non si contagiano

"Ci siamo prima concentrati sui malati gravi e abbiamo scoperto che esiste un 10-12 per cento di casi che hanno una caratteristica genetica particolare, non riescono cioè a produrre interferone che è la prima molecola di difesa. Sulla base di questa esperienza ci siamo chiesti se ci sono differenze genetiche in quelli che noi chiamiamo i “resistenti”, cioè persone che quando convivono con un soggetto che è certamente positivo non solo non si ammalano, ma non si infettano nemmeno". Non asintomatici quindi. Il virus nel loro organismo non ha proprio 'fatto presa'. Perché?

Lo studio durerà a lungo, in molti chiedono di poter aderire allo stringente protocollo. Il tema è complesso, l’immunità non è data solo dagli anticorpi, c'è anche l’immunità cosiddetta cellulare, che mantiene la memoria nel tempo, molto più a lungo degli anticorpi che possono anche scomparire.

Ci sono altri virus da mettere a confronto? Per l’Hiv esiste una delezione in un gene, il CCR5, che rende difettoso il recettore delle cellule per il virus. E’ come se la serratura non funzionasse e Hiv non riuscisse a entrare. Per portare avanti uno studio completo su coloro che non si infettano pur vivendo con positivi al Covid, servirebbero individui molto esposti al coronavirus, personale sanitario o parenti di positivi, ma allo stesso tempo negativi sia al tampone che al test sierologico. Non è semplice. L'ipotesi che ci sia un gene che permetta a una persona di produrre una buona quantità di interferone, che è un ingrediente importante della risposta immunitaria, è affascinante. Ma c'è ancora molto da fare.

La diverse risposte all'infezione da Sars-CoV-2

Per convivere con una persona risultata positiva al coronavirus ed evitare di essere, a propria volta, contagiati, ci sono alcune regole stringenti da seguire a partire dal mantenere la propria igiene e quella della casa. Con un familiare o convivente affetto da Covid-19 valgono le stesse raccomandazioni da adottare quando si esce all'esterno, ossia: indossare la mascherina, frequente igienizzazione delle mani e distanziamento sociale.

Tra una persona e l’altra positiva al coronavirus c’è una risposta molto diversa all’infezione: questa patologia si manifesta con una variabilità incredibile nell’attivazione della reazione immunitaria. Nella maggioranza delle persone, circa il 94%, si attiva una risposta protettiva caratterizzata dalla produzione di anticorpi e dall’attivazione dei linfociti T, che servono a combattere il virus, mentre nel 6% della popolazione si scatena una tempesta infiammatoria molto più forte rispetto agli altri virus che causano polmoniti.

I punti di domanda sono più delle certezze riguardo all'immunità "naturale" (quindi non quella data dal vaccino, su cui poco per forza di cose sappiamo). Quanto dura esattamente l’immunità dal coronavirus? A provare a rispondere sono stati nei mesi scorsi i ricercatori della Rockefeller University di New York, secondo cui i pazienti che guariscono dalla Covid-19 sono protetti dal virus per almeno sei mesi, e probabilmente molto più a lungo. Infatti, si legge in uno studio pubblicato sulle pagine di Nature, anche dopo l’infezione il sistema immunitario ricorda il virus, continuando a migliorare le capacità degli anticorpi di bloccare il coronavirus (anche le sue varianti) e prevenire una possibile reinfezione.

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