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Lunedì, 23 Maggio 2022
Salute

Il Covid può causare depressione, ansia e alterazione del cervello

A lanciare l’allarme il San Raffaele di Milano che ha osservato in 42 pazienti una chiara correlazione tra infiammazione sistemica, scatenata dalla malattia, e comparsa di disturbi depressivi e ansiosi

Da tempo è ormai noto che infezioni gravi, come quelle da influenza o da polmonite virale, possono essere causa di episodi di depressione maggiore (o depressione unipolare). Si tratta di un disturbo dell’umore caratterizzato da sintomi come: profonda tristezza, calo della spinta vitale, perdita di interesse verso le normali attività, pensieri negativi e pessimistici. Il meccanismo causale alla base di questo “innesco” è ancora poco chiaro, ma si pensa abbiamo origine dal sistema immunitario e in particolare dalla risposta infiammatoria scatenata per combattere l’infezione. A confermare questa ipotesi c’è anche il fatto che depressione e infiammazione sono strettamente legate tra loro: nei pazienti con disturbi dell’umore si riscontra spesso un basso ma persistente livello di infiammazione che non può essere spiegato da altre condizioni mediche.

Usando approcci integrati di risonanza magnetica, i ricercatori dell’ospedale San Raffaele di Milano hanno monitorato 42 pazienti con polmonite Covid-19 ricoverati è osservato anche in questi soggetti un legame tra alti livelli di infiammazione (scatenati dalla malattia) e l’emergere, a mesi di distanza, di sintomi e alterazioni cerebrali tipiche di depressione e disturbo da stress post-traumatico. Secondo lo studio, condotto dal gruppo di ricerca in Psichiatria e Psicobiologia Clinica del San Raffaele, diretto da Francesco Benedetti, (medico psichiatra e professore associato presso l’Università Vita-Salute San Raffaele), e pubblicato sulla rivista scientifica Brain, Behavior, & Immunity, i pazienti Covid-19 con livelli di infiammazione sistemica più alti sono quelli a maggior rischio di soffrire, nei mesi successivi alla guarigione, di depressione e di sindrome da stress post-traumatico (PTSD).

Su chi è stato condotto lo studio

I 42 pazienti (con un’età media di 54 anni e per 2/3 maschi), oggetto dello studio, sono stati ricoverati presso l’Ospedale San Raffale per polmonite Covid-19 durante la seconda ondata della pandemia, dall’autunno del 2020, e seguiti per almeno tre mesi dopo le dimissioni, all’interno dell’ambulatorio dedicato al follow-up presso la sede di San Raffaele Turro. Nessuno di loro aveva mai sofferto di depressione o disturbo da stress post-traumatico prima dell’infezione, né aveva sofferto di lesioni cerebrali durante la fase acuta della polmonite.

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L’intensità della reazione infiammatoria

Già in precedenti studi, il gruppo di ricercatori, guidato dal Prof. Benedetti, aveva descritto in la persistenza, fino a tre mesi dopo la dimissione, di sindromi ansiose e depressive nei pazienti guariti da forme gravi di Covid-19 e il legame tra queste sindromi e il livello di infiammazione sistemica rilevato nella fase acuta di malattia, quando i pazienti erano ancora ricoverati presso l’ospedale. Alla luce di questo, i ricercatori, hanno deciso, di monitorare, anche questa volta, l’SII (indice sistemico di infiammazione) dei pazienti, che misura, tramite prelievo di sangue, l’intensità della reazione infiammatoria prodotta dall’organismo per combattere l’infezione.

La prima indagine sulle conseguenze psicopatologiche del Covid

Nei mesi successivi alla dimissione, oltre alla valutazione psichiatrica, tramite test standardizzati, è stato aggiunto un nuovo elemento al quadro clinico di questi pazienti. Grazie alle tecnologie presenti nel CERMAC (il Centro d’Eccellenza per la Risonanza Magnetica ad Alto Campo) diretto dal Prof. Andrea Falini, primario di Neuroradiologia, i ricercatori hanno potuto esaminare anche la connettività funzionale (il modo in cui diverse aree cerebrali comunicano tra loro), la struttura della materia bianca (contenente le fibre nervose) e il volume locale della materia grigia (contenente i corpi delle cellule neuronali). Si tratta del primo studio di questo tipo a indagare le conseguenze psicopatologiche del Covid-19.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

I dati raccolti dallo studio dimostrano un’alterazione di tutti e tre i parametri misurati (connettività funzionale, struttura della materia bianca e volume locale della materia grigia. “In particolare - spiega il prof. Francesco Benedetti - abbiamo osservato una associazione sia del volume della materia grigia sia dell’integrità della materia bianca, a cui si aggiunge una ridotta connettività funzionale, con i sintomi presentati nel Long-Covid e con la infiammazione durante la fase acuta della malattia”.

“Questo è in linea con quanto si è osservato nei pazienti con forme depressive endogene (si verificano senza la presenza di stress o traumi, non ha, quindi, un'apparente causa esterna.), come la depressione maggiore o il disturbo bipolare, a ulteriore dimostrazione che l’emergere di sintomi depressivi nei pazienti sopravvissuti alle forme iper-infiammatorie di Covid-19 non deve essere sottovalutato. È una condizione la cui durata andrà verificata nel tempo, e che potrebbe spiegare anche i problemi cognitivi che di regola accompagnano il Long-Covid”.

L’importanza del vaccino anti-Covid

Lo studio del San Raffaele sottolinea l’importanza di seguire con attenzione il decorso dei pazienti Covid-19 anche dopo la dimissione, e conferma il fattore di rischio rappresentato da infezioni gravi e dalle relative risposte infiammatore nell’insorgenza di disturbi d’ansia e dell’umore. “I risultati della ricerca, ma anche quanto già noto da  anni sul rapporto tra infezioni e disturbi dell’umore, - sottolinea il prof. Benedetti - dovrebbero far tenere alta la guardia. Le forme gravi di Covid-19 possono avere conseguenze a lungo termine anche dal punto di vista psichiatrico. Un motivo in più - conclude - per vaccinarsi, e una responsabilità per tutti noi che ci occupiamo di salute mentale".

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