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Giovedì, 29 Settembre 2022
Economia

Vini Docg, Confagricoltura: evitare che il brand dei vini irpini venga percepito in difficoltà

La nota dell'associazione: "Se è vero che alcune produzioni di uve trovano oggi difficoltà di collocamento, va precisato che molte di esse precedentemente non erano destinate alla produzione di vini a denominazione d’origine"

Di seguito la nota di Confagricoltura Avellino che smentisce gli effetti nefasti sulla produzione della filiera vitivinicola irpina.

Negli ultimi giorni sono apparsi sui giornali e sui social articoli e notizie sulla situazione della viticoltura irpina che inducono ad attente riflessioni, al fine soprattutto di confutare la rappresentazione di una situazione di crisi delle vendite nel comparto che non risulta sicuramente un fenomeno collettivo, pur potendo interessare singole aziende, e conseguentemente evitare che il brand dei vini irpini venga percepito come una filiera in difficoltà.

Confagricoltura Avellino, a seguito di una puntuale verifica tra gli operatori del settore, ha rilevato che:

  • Rispetto a una ipotetica crisi generale dei vini d’Irpinia, come improvvidamente ipotizzata negli articoli prima richiamati, vi sono “imprenditori” che stanno avendo successo sui mercati con tutte le denominazioni della provincia di Avellino;
  • Rispetto ad affermazioni sicuramente non ponderate che i vini della DOCG Taurasi e della DOCG Fiano di Avellino non si vendano, ci sono esemplari della gamma del Taurasi e del Fiano di Avellino riconosciuti internazionalmente come ambasciatori dell’enologia italiana nel mondo.

Premesso quanto sopra, ci sentiamo di sollecitare gli attori della importante filiera del vino irpino a ponderare bene le notizie e le valutazioni economiche da diffondere tenendo sempre conto degli effetti nefasti che certe inopportune prese di posizione pubbliche generano sulle aziende operanti nella filiera irpina.

È necessario che tutti, soprattutto chi riveste ruoli di aggregazione nella filiera, si preoccupino di preservare il valore degli investimenti della medesima in una prospettiva di lungo termine, soprattutto a salvaguardia di quelle imprese che quotidianamente sui mercati difendono il valore dei loro prodotti e della loro terra.

Sarebbe intollerabile screditare una intera categoria di imprenditori seri del vino irpino.

Se è vero che alcune produzioni di uve trovano oggi difficoltà di collocamento, va precisato che molte di esse precedentemente non erano destinate alla produzione di vini a denominazione d’origine, essendo, malgrado il pregio, finite in canali di prodotti generici e a basso prezzo.

D’altronde basta leggere i dati ufficiali di produzione delle nostre DOCG per aver evidenza del fatto che quegli enormi volumi non sono rientrati neppure in passato nei circuiti dei vini di maggiore qualità.

Per concludere riteniamo fondamentale affermare che un territorio collinare frastagliato come quello irpino non ha opzioni alternative alla strategia del valore, ovvero a un set di decisioni convergenti verso il posizionamento dei vini di pregio, i quali devono essere commercializzati esclusivamente in bottiglia e il più possibile recando in etichetta riferimenti geografici definiti e circoscritti, poiché l’indicazione territoriale costituisce la più importante barriera alla sostituibilità di quel vino da parte di prodotti di filiere territoriali concorrenti. Notoriamente, sin dalle prime norme sulle denominazioni di origine dei vini si è battuto su un concetto: il vitigno è per sua natura ubiquitario, mentre un territorio non è replicabile.

Pertanto, qualsivoglia strategia che canalizzi verso il mercato i vini d’Irpinia in forma di sfuso, o di contenitori diversi dal vetro cavo incrina la percezione di valore del prodotto della filiera, riducendone il livello di pregio. Ovviamente tali forme di commercializzazione si caratterizzano per prezzi molto più bassi, tali da non consentire la remunerazione dei costi di produzione, considerata l’orografia dei suoli irpini.

Simili scelte, ripercuotendosi sul territorio, impatterebbero negativamente sul valore delle uve, su quello degli impianti di vigneto, quindi sul valore dei terreni.

Anche rispetto ai disciplinari teniamo a ribadire che la credibilità di una denominazione di origine è da sempre fondata sul rigore del suo disciplinare.

Se un grande rosso da invecchiamento come il Taurasi venisse presentato sul mercato senza un periodo minimo di tre anni di invecchiamento diverrebbe un vino comune, con ulteriore depauperamento del suo valore percepito.

Se un Taurasi dovesse andare sui mercati dopo solo due anni di cantina, non avrebbe neppure la maturità e l’equilibrio necessari a confrontarsi con gli altri vini rossi di pregio.

E se analizziamo le scelte dei produttori più attenti alla valorizzazione dei prodotti verifichiamo che gli stessi non rilasciano sul mercato il Taurasi dopo soli tre anni di affinamento, preferendo trattenerlo in cantina più a lungo in modo da rendere merito al reale valore organolettico di quel vino.

Va scongiurato qualsiasi infausto tentativo di smantellamento di tutti i drivers di creazione del valore dei vini di pregio.

Nessun intervento emergenziale può fornire contributi concreti ad una filiera così complessa. È necessario pianificare lo sviluppo avendo chiare in mente le opzioni di posizionamento praticabili, che, come più sopra evidenziato, nel caso della filiera irpina sono ben delimitate dalle caratteristiche del territorio, inadatto a competere su forme di coltivazione massificate.

In conclusione, nessuna scorciatoia può produrre risultati lusinghieri a lungo termine: le proposte praticabili per la prosecuzione del cammino di sviluppo dei pregiati vini d’Irpinia non possono prescindere dal tema del valore della bottiglia, del rigore dei disciplinari di produzione, del posizionamento di pregio, di una graduale crescita della presenza nei canali a più elevato rendimento.

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