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Pensioni, 42 anni di contributi o 64 di età: il punto sulla riforma

Cosa sappiamo sulle intenzioni del governo: ecco gli scenari più probabili per chi deve andare in pensione

Che cosa cambierà dall’anno prossimo per i pensionati? Benché non ci sia ancora nulla di ufficiale, dalle indiscrezioni emerse giorno dopo giorno è ormai possibile farsi un’idea di massima di quella che sarà (coperture permettendo) la riforma delle pensioni che vedrà la luce nei prossimi mesi. Le ipotesi più probabili ad oggi sono le seguenti: verrà introdotta l’ormai arcinota Quota 100 (somma di età e contributi necessari per andare in pensione).

A questo proposito però va fatta una precisazione: per contenere i costi, che si annunciano piuttosto importanti, il governo sarebbe orientato a mettere dei paletti, in particolare il limite di 64 anni come età minima per andare in pensione. Non sarà dunque una Quota 100 pura: chi ha 63 anni di età e 37 di contributi dovrà ad esempio rassegnarsi a lavorare un altro anno. Al compimento dei 64 anni di età si potrà andare in pensione a patto però di avere almeno 36 anni di contributi. Ai 65enni basterà (si fa per dire) aver versato i contributi per 35 anni. E via dicendo.   

In pensione a prescindere dall'età

Per chi ha lavorato almeno 42 anni invece si profila l’ipotesi di andare in pensione a prescindere dall’età. Si tratta della così detta Quota 42. Per la verità sia Di Maio che Salvini hanno sempre parlato di Quota 41, ma per far tornare i conti il governo starebbe valutando la possibilità di innalzare di un anno il requisito. Ad oggi questi sono i punti fermi della riforma.

Nelle ultime settimane si è discusso però di altre possibilità. Ad esempio quella di destinare un superbonus del 30% a chi vorrà restare a lavorare. Un modo per evitare che quota 100 provochi un vero e proprio esodo pensionistico.

Quanto al destino dell’Ape Sociale, che attualmente offre uno scivolo pensionistico alle categorie più deboli, non c’è nulla di certo: sarà abolito per fare cassa? In tal caso molti lavoratori in procinto di andare in pensione potrebbero essere danneggiati dal nuovo sistema, una eventualità che l’esecutivo farà di tutto per scongiurare.

I dubbi sulla riforma

Infine, è doveroso sottolineare che con il nuovo sistema con il nuovo sistema si lavorerebbe di meno ma potrebbero scattare assegni più bassi. Secondo i conti fatti da Progetica, un ragazzo che oggi inizia a lavorare a vent’anni con la riforma targata M5s-Lega andrà in pensione cinque anni e mezzo prima, ma il suo assegno previdenziale subirà un taglio del 16%.

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