Trattativa Stato - Mafia, Mancino attende la sentenza

Un’accusa che non l’ha fatto dormire per più notti

Un’accusa che non l’ha fatto dormire per più notti. Nicola Mancino è imputato nel processo sulla trattativa Stato – Mafia. In settimana è prevista la sentenza. La Camera di Consiglio si è tenuta e si attende ora la decisione. «Ho sofferto in tutto questo periodo e soffro ancora pur essendo consapevole di avere sempre detto la verità», dice respingendo l’imputazione per cui è finito a giudizio: l’avere mentito davanti ai giudici che processavano il suo attuale coimputato, il generale Mario Mori, per favoreggiamento al boss Bernardo Provenzano

 Il reato che si contesta a Mancino e per cui i pm hanno chiesto la condanna a 6 anni è dunque la falsa testimonianza.

Mancino avrebbe detto il falso, negando che l’allora Guardasigilli Claudio Martelli, già nel '92, gli avesse accennato ai suoi dubbi sull'operato dei carabinieri di Mori e sui suoi rapporti con l’'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. «Non ne abbiamo mai parlato», ha sempre detto Mancino, smentendo il collega di governo. «E non capisco perché tra me e Martelli si debba credere a lui», ribadisce oggi. 

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Su un punto, però, Mancino accenna a un’autocritica: «a posteriori penso che sarebbe stato preferibile non telefonare a D’Ambrosio. Ma ero preoccupato, eravamo in piena bufera giornalistica», spiega ai giudici ricordando le conversazioni intercettate con l’ex consigliere giuridico del Colle in cui l'ex ministro cercava di evitare il confronto, chiesto dalla Procura, con Martelli. Intercettazioni che, secondo l’accusa, proverebbero il timore di Mancino nell’affrontare davanti al tribunale l’ex collega. «Per me era un confronto inutile - spiega però - E a Grasso (Piero Grasso, allora capo della Dna ndr) non chiesi mai l’avocazione dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma solo il coordinamento dell’azione delle sei procure coinvolte nell’indagine. C'era troppa confusione: basta pensare che nessun ufficio inquirente riteneva attendibile Ciancimino, mentre Ingroia, allora alla Procura di Palermo, dichiarava che avrebbe valutato le sue dichiarazioni volta per volta».

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