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Sisma, 37 anni dopo, Donato ricorda: "Le mie nozze terremotate"

Nella commemorazione del 37esimo anniversario del terribile terremoto del 23 novembre 1980, abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di Donato Gioseffi, di Lioni, residente in uno dei comuni devastati da quel terribile sisma

Nella commemorazione del 37esimo anniversario del terribile terremoto del 23 novembre 1980, abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di Donato Gioseffi, di Lioni, residente in uno dei comuni devastati da quel terribile sisma.

Le testimonianze dei sopravvissuti hanno sempre un certo fascino. Scrivere e riscrivere dei fondi giunti in Irpinia è ormai un fatto notorio e nonostante tutto la ricostruzione non si è ancora completata. C’è gente che vive ancora nelle casette prefabbricate oppure che non ha ricevuto quanto deve per vedersi ricostruita una casa crollata dallo sciame sismico che alle ore 19.34 portò un’intera area del Sud Italia radersi al suolo.  

Quel 23 novembre 1980 era una domenica di sole. «Non sembrava novembre», recita il ritornello della memoria. D’improvviso un violento sisma sconvolse le viscere dell’Appennino meridionale, attraversò il confine tra Campania, Puglia e Basilicata. Si scatenò a 30 km di profondità, tra la Sella di Conza della Campania (in provincia di Avellino), Castelnuovo di Conza e Laviano (in provincia di Salerno), cavalcando una faglia lunga circa 60 km e larga 15: la stessa che in passato aveva generato terremoti simili. La frattura raggiunse la superficie terrestre generando una scarpata di faglia ben visibile per circa 35 km. La scossa principale venne valutata 6,9 gradi di magnitudo della scala Richter, la sua intensità variò tra i 10 gradi (completamente distruttiva) e i 7 gradi (molto forte) della scala Mercalli nei comuni compresi nel cosiddetto cratere. Il sisma percorse repentinamente nell’arco di 90 secondi: violentò piazze, strade, case; abbatté campanili, chiese, ospedali; sterminò intere famiglie, scovandone i componenti a uno a uno nei posti diversi in cui quella sera si trovavano: a casa di amici o parenti, nel bar della piazza, in chiesa per la messa vespertina, in auto sulla via del ritorno verso casa per poi riprendere, il lunedì successivo, la quotidiana routine. Ma l’alba del giorno dopo, ai soccorritori si prospettarono solo macerie, polvere e lamenti. Giorni difficili, i primi soccorsi erano del tutto inadeguati.

Ma nonostante tutto il 62enne Donato Gioseffi ricorda: “18 ore da sepolto vivo, sotto cumuli di macerie”. Ed ecco che scatta – a tanti anni di distanza, dopo essersi tenuto in fondo alla memoria le emozioni e i ricordi di quei giorni – il bisogno di tornare a stringere la mano a chi lo aveva soccorso (nella foto insieme ai soccorritori), a chi aveva aiutato lui e la ragazza che sarebbe diventata sua moglie a superare quei momenti di disperazione grazie all’impulso straordinario di solidarietà.

Nozze “terremotate” con la compagna di vita, come dice Donato, alle quali parteciparono proprio i volontari.  

Un’esperienza “durissima”, come era prevedibile che fosse considerato che si trattava del più forte terremoto della seconda metà del secolo scorso, che ha provocato 3mila morti e che ha riguardato non solo l’Irpinia, ma un’area immensa che andava da Napoli a Potenza. Addirittura, nel caso dell’Irpinia, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò sul posto prima che fosse nominato il commissario, constatando la mancanza di un’organizzazione permanente e l’improvvisazione dell’intera operazione di intervento. Per fortuna che oggi ci ritroviamo con una Protezione Civile che funziona quando chiamata in causa per eventi straordinari.

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