Camorra in Irpinia, processo "White Stone": 48 condanne ma pene più miti

L’operazione in auge scattò nell'ottobre del 2018, allargandosi a macchia d’olio nelle province di Caserta, Napoli ed Avellino

Nella giornata di ieri, aveva luogo il processo, con rito abbreviato, relativamente all'indagine della Dda di Napoli denominata "White Stone". Il suddetto processo si concludeva con 48 condanne. L’operazione in auge scattò nell'ottobre del 2018, allargandosi a macchia d’olio nelle province di Caserta, Napoli ed Avellino e portò alla luce numerose piazze di spaccio di cocaina e crack. Il Il giudice Leda Rossetti ha escluso l'aggravante mafiosa, emettendo pene certamente più leggere rispetto a quelle richieste dal pm Landolfi; che aveva chiesto quasi due secoli di carcere. 

Una fitta rete creata dai fornitori in tutto il territorio campano

Tra i condannati figurano anche il 41enne Giuseppe Pitirollo (7 anni e 4 mesi), e il fratello  Pitirollo Andrea (10 anni di carcere), ritenuto uno dei capizona della piazza di spaccio attiva nel quartieri Secondigliano, Scampia e nella zona di Capodichino. 

La maxi operazione che coinvolse tutta la regione

I Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere (CE) diedero esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dall’Ufficio GIP presso il Tribunale di Napoli, nei confronti di 72 indagati (dei quali 2 in atto già ristretti), ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e produzione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (ex artt. 73 e 74 d.P.R. 309/90).

Il provvedimento cautelare recepisce gli esiti di una complessa attività di indagine, condotta tra i mesi di febbraio 2015 e maggio 2017, in merito alla riorganizzazione della gestione delle piazze di spaccio nel comune di Santa Maria Capua Vetere e nelle aree limitrofe (comuni di San Tammaro, Curti, Casapulla, San Prisco e Macerata Campania) conseguente alla disarticolazione del gruppo Fava avvenuta nell’anno 2013.

Gli spunti offerti dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e le ulteriori attività investigative, consistite in attività tecniche di intercettazioni, telefoniche ed ambientali, captazione di immagini attraverso telecamere spia, servizi di OCP e riscontri, hanno consentito di confermare l’ipotesi degli inquirenti in ordine al fatto che l’attività di spaccio del tipo cocaina e crack, lungi dal fermarsi, si articolasse in nuove e più articolate forme, con la diffusione di vere e proprie piazze di spaccio nel comune sammaritano che si approvvigionavano dello stupefacente nella provincia di Napoli.

L’approfondimento delle fonti di approvvigionamento, in particolare della cocaina, ha consentito di appurare che analogo sistema delle piazze di spaccio era presente anche in diversi contesti territoriali delle province di Napoli e Avellino, con molteplici soggetti a cui erano affidate, attraverso una suddivisione particolareggiata dei ruoli, le funzioni di acquisto, gestione e spaccio dello stupefacente.

In particolare, l’estensione dei mezzi investigativi su un numero sempre maggiore di soggetti ha consentito di isolare quattro ulteriori strutture associative ex art. 74 d.P.R. 309/90 finalizzate alla commissione di analoghi delitti. Ovvero:

  • un gruppo operante nell’area vesuviana, segnatamente nei comuni di Acerra, Pomigliano D’Arco, Castello di Cisterna, Somma Vesuviana, San Vitaliano e Marigliano. Per tale gruppo è stata riconosciuta anche l’aggravante dell’associazione armata (comma 4° ex art. 74 d.P.R. 309/90);
  • un gruppo attivo nell’area nord-ovest della provincia di Napoli (Comune di Giugliano in Campania);
  • un gruppo operativo nell’area nolana e in quella della confinante provincia di Avellino (Comuni di Nola, Cimitile, Camposano, Roccarainola e Avella);
  • un gruppo localizzato nei quartieri napoletani di Scampia, Secondigliano e Capodichino.
    Nelle dinamiche criminali ricostruite vi è anche l’episodio di una spedizione punitiva progettata ai danni di uno degli indagati, ritenuto responsabile, dagli altri sodali, della sottrazione di una cospicua partita di stupefacente. L’atto ritorsivo, minuziosamente pianificato quanto a modalità e mezzi (armi da fuoco), non si è, poi, concretizzato solo grazie all’intercessione di esponenti di spicco del clan “Vollaro”, operante nell’area vesuviana.
    L’esperienza criminale degli indagati, alcuni dei quali annoverano precedenti specifici, ha fatto si che sviluppassero vari metodi per eludere le indagini e le intercettazioni, tra cui l’utilizzo di linguaggio in codice per camuffare il contenuto delle conversazioni (utilizzando termini quali “aperitivo”, “pastiera”, “sfogliatelle”, “arance”, “grappa barricata”, “festa bianca”, “apparecchiare la tavola”, “preparare il presepe”, “gas soporifero”, “bianchetto”, “calzare le scarpe ai bambini” per avanzare richieste di stupefacente, espressioni quali “10 euro di nafta”, “marca da bollo da 10 euro”, “serie A”, “il camino è buono”, “fratello grosso”, “quanti invitati siete”, “portare il verde”, per indicare, invece, la qualità e le quantità richieste di stupefacente) e l’attribuzione di nomignoli per impedire l’identificazione dei colloquianti (“la Signora”, “il Polacco”, “O’ Viking”, “O’ Leone”, “il Messicano”, “il Killer”, “Diablo”, “Pistola”, “Bastone”, “il Geometra” e “O’ Gnu” ).
    I luoghi individuati per le attività di spaccio c.d. “al minuto” erano le principali piazze del comune di Santa Maria Capua Vetere, l’area adiacente una chiesa nel comune di San Prisco, la villa comunale del comune di San Tammaro, lo spazio antistante una scuola del comune di Marigliano e diversi circoli ricreativi e sale giochi dell’area vesuviana.

Nel corso dell’attività furono eseguiti 6 arresti in flagranza di reato, deferiti in stato di libertà 9 persone, segnalati ai competenti Uffici Territoriali del Governo diversi acquirenti quali assuntori, nonché recuperate numerose dosi di droga di diversa fattispecie.

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