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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
Cronaca

Processo "Aste Ok": "Mio padre stava morendo di tumore e Livia Forte disse che mi avrebbe cacciato di casa"

Nella giornata di oggi ha avuto luogo una nuova udienza relativamente all'inchiesta giudiziaria ribattezzata "Aste Ok" e che ha visto sul banco degli imputati ben 22 persone

Nella giornata di oggi ha avuto luogo una nuova udienza per il processo nato dall'inchiesta "Aste ok" del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Avellino e il Nucleo Pef delle Fiamme Gialle di Napoli che hanno indagato su questo nuovo filone d'illeciti che vede protagonista il Clan Partenio. Nella scorsa udienza, il pubblico ministero Anna Frasca ha formulato richiesta di sospensione dei termini di custodia cautelare, vista la particolare complessità del procedimento, i 25 imputati e più di 40 testimoni. Nonostante l’opposizione da parte di alcune difese, il collegio ha ritenuto di accogliere l’istanza per proseguire con l’istruttoria dibattimentale.

"Ho dovuto accettare le richieste, non volevo che la mia compagna perdesse la casa"

Nella giornata di oggi venivano ascoltati nuovi testimoni di parte civile. Nel dettaglio, il primo escusso ha raccontato degli incontri con Livia Forte e Armando Aprile; avvenuti per discutere della questione economica, il corrispettivo da riconoscere per riavere l’immobile di proprietà del padre dell'ex compagna e che era stato perduto all'asta: “La casa era di proprietà del padre della mia ex, ed era stata ceduta a una società. La mia ex compagna mi chiese un aiuto economico per accendere un mutuo di 100mila euro, poiché la casa aveva un valore di 90mila euro. In questo modo avremmo tentato di ricomprare l’immobile dal nuovo proprietario. Io parlai con questa società e mi fu formulata una richiesta di 90mila euro. Prima che firmassi l’atto, mi furono richiesti altri 14mila euro. A questo punto, giunta a un valore di 104mila, ho dovuto firmare la cessione del quinto dello stipendio. Quindi, prima mi chiesero una somma e, successivamente, fu aumentato il prezzo della richiesta. Purtroppo ho dovuto accettare questa richiesta perché non volevo che la mia compagna perdesse la casa".

Successivamente veniva ascoltata l’ex compagna del primo testimone, figlia del proprietario dell’immobile finito all’asta: “In quel periodo trascorrevo molto tempo in quella casa, poiché mio padre aveva un tumore. Ho dovuto prendere in mano la situazione, poiché mio padre era allettato e aveva bisogno del mio aiuto. Allora chiesi in paese a chi rivolgermi e mi furono fatti i nomi di Livia Forte e Armando Aprile. Grazie a Modestino Forte andai al ristorante “It’s OK”, dove incontrai Livia Forte e Armando Aprile. Era la prima volta che li incontravo. Ricordo una telefonata intercorsa con Livia Forte in cui mi disse che, se non mi fossi presentata entro giovedì, mi avrebbe cacciato fuori; anche con mio padre malato e allettato. Non denunciai, giravano voci non belle su quelle persone e avevo paura”. 

La terza testimonianza, invece, è stata quella di una donna coinvolta in un'asta relativa a un bene di proprietà dei genitori. Quest'ultima, ancora, ha raccontato anche alcune minacce ricevute - nello specifico - l'incendio di un canneto e l'uccisione del cane: “Quest'uomo mi passò davanti in bicicletta e mi disse che avrebbe tagliato la testa a me e mio marito. Successivamente a questa minaccia, nel corso dell'asta giudiziaria, me lo ritrovai davanti e venni a conoscenza del nome: Mario Gisolfi, proprietario del Circolo “Las Vegas" di Montoro”. 

Successivamente, il quarto escusso confermava quanto denunciato ai carabinieri e, poi, il suo tentativo di recuperare il proprio bene perduto all'asta: “La Forte mi disse di aver pagato già 10mila euro in più rispetto ai 90mila euro in tre rate che proponevo io. Quindi, la mia proposta, era inaccettabile. Quando ho cercato di recuperare il bene, l’accordo era di 150mila euro. Io non sapevo dove trovare questo denaro. Ero scettico perché non si può acquistare un immobile a 70mila euro e rivenderlo a 150mila. Io ci tenevo a recuperarlo, soprattutto per mia moglie, e alla fine ho deciso di sottostare a queste richieste assolutamente esagerate”. 

L'ultima testimonianza del giorno, infine, è stata quella del cognato del teste precedente che, di fatto, confermava quanto già dichiarato: "Dissi a mio cognato che, chiedendo in giro, mi avevano detto che avevamo a che fare con persone poco raccomandabili e senza scrupoli. All'inizio dissero che per 10 mila euro non avrebbero partecipato all'asta. Si sarebbero anche impegnati a impedire che altri vi partecipassero. Questo, ovviamente, solo se mio cognato avesse acconsentito a trattare con loro prima dell'aggiudicazione".

La prossima udienza, adesso, è attesa per il 22 luglio. 

Aste Ok e il coinvolgimento del Nuovo Clan Partenio

L’indagine, convenzionalmente denominata “ASTE OK”, ha consentito di disarticolare un’organizzazione malavitosa composta da membri di spicco del c.d. “Nuovo Clan Partenio” (egemone nel capoluogo irpino, oggetto dell’operazione “PARTENIO 2.0”, condotta il 14 ottobre del 2019), nonché da imprenditori e professionisti. Dalle risultanze investigative è infatti emerso un contesto di espansione degli interessi criminali del gruppo camorristico ai redditizi settori delle aste e delle acquisizioni immobiliari, unito a un sempre forte e corrispondente interesse a influenzare la vita politica e amministrativa della città di Avellino, allo scopo di accedere alla “cabina di regia” delle scelte operate dalla Pubblica amministrazione, per esempio, per l’appunto, in materia urbanistica ed edilizia. In particolare, anche attraverso le elaborate investigazioni economico-finanziarie sviluppate per seguire i trasferimenti di immobili ceduti all’asta e gli anomali flussi di regolamento, l’indagine ha consentito di acclarare forti legami tra alcuni sodali del clan camorristico, i titolari di alcune società di intermediazione immobiliare e professionisti nel settore i quali, avvalendosi dell’intimidazione derivante dal vincolo associativo, inibivano a proprietari esecutati la partecipazione alle aste giudiziarie aventi per oggetto propri beni, in questo modo appropriandosene al fine di chiedere ai medesimi ex-proprietari una quota di denaro maggiorata qualora avessero voluto rientrarne in possesso.

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