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Cronaca

Aste OK, falso in atto pubblico e corruzione: chiesta l'archiviazione per i tre carabinieri

Nella giornata di oggi ha avuto luogo una nuova udienza per il processo nato dall'inchiesta "Aste ok": ipotizzata, in aula, una presunta condotta impropria del collegio nel corso della camera di consiglio

Nella giornata di oggi ha avuto luogo una nuova udienza per il processo nato dall'inchiesta "Aste ok" del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Avellino e il Nucleo Pef delle Fiamme Gialle di Napoli che hanno indagato su questo nuovo filone d'illeciti che vede protagonista il Clan Partenio. Nel febbraio scorso, veniva aperto un fascicolo d’inchiesta per far luce su alcune affermazioni di tre militari dell’Arma in forza al comando provinciale di Avellino. Stando a quanto si è appreso in aula, avrebbero minacciato alcuni testimoni per fargli dichiarare il falso e, per questo, sono stati accusati di falso in atto pubblico e corruzione. “Abbiamo trasmesso alla Procura di Avellino i verbali delle udienze in cui i testimoni hanno accusato carabinieri di varie illegalità e, quindi, non abbiamo dato nessuna conclusione su quella che potrebbe essere la valutazione dei fatti”, ha dichiarato Carlo Taormina. “I militari dell’Arma dovranno essere sentiti come persone indagate in procedimento connesso e, quindi, cambia la valutazione delle loro dichiarazioni. Non bastano più le loro semplici dichiarazioni ma occorrono ulteriori elementi di riscontro; altrimenti è come se non avessero dichiarato nulla”. Nella giornata di oggi, presso il Tribunale di Avellino – dove sta svolgendosi l’udienza relativa all’inchiesta denominata “Aste OK”, veniva richiesta l'archiviazione relativamente all'informativa concernente la pendenza del procedimento a carico dei tre indagati. 

Ipotizzata una presunta condotta impropria del collegio nel corso della camera di consiglio

Nel corso della scorsa udienza, di fatto, ci sono stati tre momenti chiave: il primo è dato dall’intervento dell’avvocato Taormina, che produsse una certificazione in cui risultavano i nomi dei tre carabinieri iscritti nel registro degli indagati e i reati contestati. Non era presente né la data d’iscrizione, né il periodo in cui sarebbero avvenuti i suddetti illeciti contestati agli indagati. Soltanto la data di rilascio della certificazione. L’avvocato Taormina motivò la sua richiesta affermando che la suddetta certificazione faceva riferimento alla trasmissione effettuata dalla difesa alla Procura della Repubblica di Avellino dei verbali che sono stati realizzati nel medesimo dibattimento in occasione dell’esame di alcuni testimoni.

Il secondo momento chiave avviene quando il Tribunale, dopo un’ora circa di camera di Consiglio, emette un’ordinanza in cui afferma che, preso atto di quanto riferito, disponeva che – sulla base dell’intervento dell’avvocato Taormina, che faceva riferimento a un procedimento generato da una sua trasmissione degli atti in Procura – i tre carabinieri dovessero essere esaminati come persone indagate.

Il terzo momento chiave avviene quando fa il suo ingresso in aula uno dei carabinieri indagati e il presidente del collegio afferma che, la difesa, aveva prodotto delle certificazioni in cui risultava che, lo stesso, era indagato. Questo avveniva, quindi, a seguito di un inoltro – da parte del Tribunale nelle udienze del 16 e 30 settembre 2022 – per delle accuse che erano state mosse nei suoi confronti.

In data odierna, l’avvocato Aufiero sollevava la questione che, il procedimento specifico, era stato trasmesso dalla presidenza del collegio, non dall’avvocato Taormina; come affermato nella scorsa udienza. Nello specifico, Aufiero, ha affermato che, nel corso della camera di consiglio, il Tribunale avrebbe acquisito informazioni concernenti il procedimento specifico. Una modalità – secondo l'avvocato – non corretta poiché ogni provvedimento del Tribunale dovrebbe provenire da un’ordinanza. Quindi, ad oggi, stando a quanto ipotizza il legale, la valutazione definitiva sulla presenza o meno del reato di rivelazione d’ufficio non dovrebbe essere effettuata da questa autorità giudiziaria, bensì da un’altra non coinvolta direttamente: “Questo Tribunale non può non astenersi”, conclude il penalista. “Perché proseguire questo dibattimento con una contestuale trasmissione degli atti al competente ufficio di Procura sarebbe una macroscopica inaccettabile violazione dell’imparzialità del giudice, che sono presidio costituzionale per il giusto processo”.

In base a questa presunta condotta impropria assunta dal collegio nel corso della camera di consiglio del 17 febbraio 2023 e ipotizzando interferenze anche sul giudizio definitivo; trasmetteva i verbali di udienza presso la Procura di Roma per le valutazioni di competenza. Starà a quest'ultimi, adesso, sciogliere la riserva sulla presunta incompatibilità del collegio.

La prossima udienza, adesso è attesa per il 24 marzo 2023.  

Aste Ok e il coinvolgimento del Nuovo Clan Partenio

L’indagine, convenzionalmente denominata “ASTE OK”, ha consentito di disarticolare un’organizzazione malavitosa composta da membri di spicco del c.d. “Nuovo Clan Partenio” (egemone nel capoluogo irpino, oggetto dell’operazione “PARTENIO 2.0”, condotta il 14 ottobre del 2019), nonché da imprenditori e professionisti. Dalle risultanze investigative è infatti emerso un contesto di espansione degli interessi criminali del gruppo camorristico ai redditizi settori delle aste e delle acquisizioni immobiliari, unito a un sempre forte e corrispondente interesse a influenzare la vita politica e amministrativa della città di Avellino, allo scopo di accedere alla “cabina di regia” delle scelte operate dalla Pubblica amministrazione, per esempio, per l’appunto, in materia urbanistica ed edilizia. In particolare, anche attraverso le elaborate investigazioni economico-finanziarie sviluppate per seguire i trasferimenti d'immobili ceduti all’asta e gli anomali flussi di regolamento, l’indagine ha consentito di acclarare forti legami tra alcuni sodali del clan camorristico, i titolari di alcune società d'intermediazione immobiliare e professionisti nel settore i quali, avvalendosi dell’intimidazione derivante dal vincolo associativo, inibivano a proprietari esecutati la partecipazione alle aste giudiziarie aventi per oggetto propri beni, in questo modo appropriandosene al fine di chiedere ai medesimi ex-proprietari una quota di denaro maggiorata qualora avessero voluto rientrarne in possesso.

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