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Operazione Rambo a Livorno: coinvolta imprenditrice irpina del settore informatico

Le indagini hanno preso avvio da un controllo fiscale eseguito nei confronti di una ditta individuale operante a Livorno

Una complessa frode fiscale è stata scoperta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Livorno con il coordinamento del Comando Regionale Toscana e di funzionari dell’Agenzia delle Dogane labronica.

15 perquisizioni tra abitazioni, sedi societarie ed uno studio commercialistico. A finire nel mirino degli inquirenti anche una imprenditrice avellinese.

Le indagini hanno preso avvio da un controllo fiscale eseguito nei confronti di una ditta individuale operante a Livorno nel settore della vendita di prodotti informatici e hanno fatto emergere l’esistenza di un’organizzazione finalizzata ad evadere l’Erario, riconducibile al dominus livornese, M.B., destinatario, insieme al suo “braccio destro”, E.M., di custodia cautelare domiciliare.

Obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria, invece, a carico dei due formali rappresentanti legali delle società di comodo (di fatto amministrate da M.B.), tali F.B. e M.F., rei di aver sistematicamente emesso fatture per operazioni inesistenti a 3 imprese delle province di Bolzano ed Avellino.

Le attività svolte dagli organi inquirenti, dirette personalmente dal Procuratore della Repubblica, Cons. Ettore Squillace Greco e dai Sost. Proc. Dott.ssa Arianna Ciavattini e Sabrina Carmazzi, hanno consentito di individuare, all’interno della menzionata associazione, 9 persone giuridiche (2 ditte individuali e 7 società), con un giro di fatture false, tra emesse ed utilizzate, pari a circa 60 milioni di euro. Le investigazioni, iniziate nel 2015, hanno permesso di ascrivere l’ipotesi fraudolenta al sistema del “carosello fiscale”, attuato tramite triangolazioni fra le società coinvolte al semplice scopo di evadere l’Iva, nel settore del commercio dei prodotti elettronici (quali telecamere, macchine fotografiche, cellulari, computer, navigatori satellitari, ecc.), destinati alla grande distribuzione nonché al commercio al dettaglio via web.

Gli imprenditori, infatti, hanno appositamente costituito ditte individuali e società cd. “cartiere”, aventi sedi formali tra le province di Livorno, Pisa e Bologna, ma di fatto tutte gestite a Livorno. Le imprese, prive di struttura imprenditoriale, acquistavano ingenti quantità di prodotti hi-tech direttamente dai fornitori comunitari (francesi e tedeschi); in realtà la merce non veniva consegnata alle ditte che avevano effettuato l’ordine, ma direttamente agli effettivi destinatari, beneficiari della frode, N.K. e P.C. di Bolzano e E.M., imprenditrice avellinese.

Le cartiere quindi, venivano interposte, facendo da filtro, nelle transazioni commerciali tra i fornitori europei e le società operative campana ed altoatesina, effettuando gli acquisti comunitari di beni, che poi rivendevano sul territorio nazionale solo formalmente, perché la merce era già stata recapitata ai destinatari, accollandosi, conseguentemente un debito I.V.A., che poi non versavano all’Erario.

Dal punto di vista documentale le operazioni erano contabilizzate nel seguente modo: le ditte\società di comodo - inadempienti agli obblighi tributari – ricevevano le fatture dai fornitori comunitari, senza applicazione dell’I.V.A. (in virtù del meccanismo del cd. Reverse charge, applicato per le cessioni all’interno di Stati dell’Unione Europa), procedevano poi ad emettere fattura, rivendendo il bene - questa volta con applicazione dell’imposta sul valore aggiunto - a favore dei predetti acquirenti effettivi, ad un prezzo imponibile inferiore a quello praticato dai fornitori comunitari (dunque, sottocosto) contravvenendo a qualsivoglia logica di guadagno. Con l’applicazione dell’I.V.A. al 22% il prezzo complessivo della merce era di poco superiore a quello originario: quindi, i beneficiari ricevevano i prodotti ad un prezzo unitario indebitamente (ed estremamente) concorrenziale, che consentiva loro di collocarsi in una posizione privilegiata sul mercato.

Per tutti i soggetti interposti, il meccanismo garantiva, invece, un elevato profitto, rappresentato dall’I.V.A. non versata all’erario, illecitamente ripartita tra il dominus della frode e gli amministratori (reali e di fatto) delle cartiere.

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