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Cronaca

Una sentenza, mille domande: in attesa del nuovo processo al "Clan delle aste", restituiti oltre dieci milioni di euro di beni

Ieri abbiamo comunicato la notifica dei nuovi avvisi di garanzia firmati dal pm Henry John Woodcock. Questi, di fatto, hanno rimesso in moto il processo ma, il primo verdetto, continua a rimanere assai controverso

 Non c’è dubbio che la giustizia italiana sia complessa, lunga e a volte addirittura incomprensibile; ma, d’altronde, è l’unica che abbiamo… e dobbiamo accettarla, anche quando sembra delineare confini tra colpevolezza e innocenza i cui contorni appaiono eccessivamente confusi. A volte, però, la linea tra giusto e sbagliato si offusca in modo spropositato, lasciando dietro di sé un alone di incertezza. Questa è l’impressione che rimane dopo la pronuncia del tribunale collegiale di Avellino nel caso denominato “Aste OK”. In un verdetto sorprendentemente frammentato, solo due individui, Armando Aprile ed Emanuele Barbati, hanno ricevuto una condanna, rispettivamente a due e quattro anni di reclusione. Il processo “Aste OK” si è concluso in modo deludente, con una sentenza che appare incompleta, lasciando un retrogusto amaro, difficile da comprendere e da accettare.

Il collegio di giudici, presieduto da Roberto Melone, ha ritenuto che l’accusa mossa ai principali imputati dalla Dda di Napoli fosse errata. Secondo loro, gli imputati non facevano parte del Nuovo Clan Partenio, ma costituivano un sodalizio di stampo camorristico autonomo. Ieri abbiamo comunicato la notifica dei nuovi avvisi di garanzia firmati dal pm Henry John Woodcock. Questi, di fatto, hanno rimesso in moto il processo. Al momento, sono a piede libero Armando Aprile, Livia Forte, Beniamino Pagano, Damiano Genovese, Antonio Barone e Gianluca Formisano. Nicola Galdieri e Carlo Dello Russo, invece, a seguito della condanna per l’altro filone relativo al Nuovo Clan Partenio, sono detenuti in carcere.

La comunità sperava di poter finalmente scrivere la parola “fine”

È sorprendente che una delle conseguenze più immediate della decisione emessa dal collegio giudicante - composto dai giudici Roberto Melone, Vincenza Cozzino e Gilda Zarrella - sia stata il dissequestro dei beni patrimoniali. Oltre dieci milioni di euro di beni, intestati a Livia Forte e Armando Aprile, sono stati restituiti. L’esito del processo “Aste OK” ha sollevato una domanda semplice ma persistente: come è possibile che una sentenza così importante possa essere così incompleta? E come è possibile che i beni sequestrati possano essere restituiti così facilmente? Queste domande rimangono senza risposta, alimentando un senso di frustrazione e di sfiducia in una comunità che, per più di vent’anni, ha assistito a un’attività di turbativa d’asta presso il Tribunale di Avellino e che, ora, sperava di poter finalmente scrivere la parola “fine”. 

Ora che le porte dell'aula di Assise del Tribunale di Avellino si sono chiuse, il processo “Aste Ok” ha lasciato solo una certezza: è stato commesso un errore gigantesco. Paradossalmente, se gli imputati fossero stati assolti, ciò avrebbe significato che, secondo la legge, non erano colpevoli dei reati loro attribuiti. Invece, ciò che emerge è solo un’impostazione errata fin dall’inizio, che ha portato a una “non sentenza” che sminuisce la dignità di quasi quattro anni di processo. Un processo che, almeno nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto restituire alla comunità di Avellino speranza e fiducia nella legalità. Invece, è diventato l’eco di una frase triste, rassegnata e vagamente suicida, che non dovrebbe mai essere pronunciata, e che ora rimbalza di bocca in bocca: “Finisce sempre così…”.

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