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L'addio al Presidente Ciampi: la visita 14 anni fa in Irpinia

Inaugurò il Teatro Carlo Gesualdo, in strada fu accolto con tante bandierine tricolori

Carlo Azeglio Ciampi quattordici anni fa fece visita all'Irpinia. Una giornata memorabile, l'1 ottobre 2002, per la nostra provincia. Il Presidente della Repubblica attraversò o le vie cittadine tra le bandierine tricolori per poi dirigersi in primis al Teatro Carlo Gesualdo. Inaugurò la nuova struttura elogiando tale lavoro. Altro atto celebrativo si tenne alla Provincia dove tra le altre cose al Presidente fu donato un cesto di prodotti artigianali locali, mentre la moglie visitò i vari istituti di beneficenza della città. L'intera popolazione irpina si riversò per strada. Oggi a distanza di 14 anni, quelle immagini ritornano.

Per ricordare la figura dell'ex Presidente della Repubblica, morto all'età di 95 anni, riportiamo il suo discorso fatto in Irpinia:

 "anzitutto vi ringrazio per la cordiale accoglienza; ringrazio gli oratori che mi hanno preceduto per essere andati al di là delle espressioni di circostanza, e per avere ben interpretato nei loro discorsi - con i quali mi hanno offerto un quadro concreto di questa operosa provincia, con le sue luci ed ombre - lo spirito di questa mia visita, di questa nuova tappa del lungo viaggio che ho intrapreso nella provincia italiana. E vi faccio i miei complimenti per aver costruito questo bellissimo teatro.
    Viaggio (ripeto un concetto che non mi stanco di esprimere) per conoscere meglio l'Italia, e per farla conoscere meglio agli Italiani. Sono alla ricerca di fatti, di esperienze: ad ogni nuovo incontro, si aggiunge una tessera di quel ricco mosaico di realtà provinciali che è la nostra Patria.
    Il quadro d'insieme che ne emerge convalida la mia fiducia nella vitalità della nostra società e della nostra economia, nella più vasta cornice dell'Unione Europea. Soprattutto, trovo al Nord come al Sud, come al Centro una comunanza di valori, di cultura, di linguaggio, di aspirazioni e di visioni del futuro che è la più forte dimostrazione di quanto sia salda oggi, più che mai in passato, l'unità d'Italia.
    Ad ogni nuova sosta, ad ogni nuovo incontro, è importante distinguere i dati legati alla congiuntura, alle circostanze del momento, dai dati strutturali, che esprimono le tendenze di fondo della società e dell'economia italiane.
    Non ignoro l'importanza e anche la serietà dei problemi che dobbiamo affrontare, in questa fase di attesa di una ripresa economica che tarda, non soltanto in Italia. Ma questa condizione rende ancora più urgente moltiplicare gli sforzi per porre rimedio ai nostri punti deboli.
    Molti sono comuni a quasi tutte le nostre realtà provinciali. Penso per esempio alla necessità di potenziare e ammodernare le vie di comunicazione, inadeguate anche come conseguenza di un fatto positivo: la società e l'economia italiane crescono, e creano, crescendo, nuove esigenze.
    Più uomini e merci da trasportare, significano più strade o ferrovie o nuove vie del mare da costruire. In questo adeguamento siamo in ritardo.
    Poi ci sono problematiche particolari, legate alle realtà locali. Soprattutto, vi sono ancora troppi ritardi da colmare per i territori che si sono incamminati più tardi sulla via dello sviluppo.
    Nelle due ultime visite, a Pistoia e Lucca, due province tra le più avanzate d'Europa nella graduatoria del benessere, non ho potuto non insistere su un tema che ritengo doveroso mantenere all'attenzione del Paese: l'inaccettabilità del fatto che vi sia più di mezza Italia dove le imprese non trovano manodopera (e talvolta neppure terreni disponibili) per poter continuare ad espandersi e a crescere, e un'altra parte d'Italia dove c'è forza di lavoro che rimane inoperosa.
    Su questo tema voglio continuare a ragionare con voi, qui ad Avellino, in un territorio che è un esempio di come, in un periodo di tempo relativamente breve, un paio di decenni, una provincia quasi esclusivamente agricola possa diventare provincia industrializzata potenziando e specializzando, al tempo stesso, anche le sue produzioni agricole.
    Lo sviluppo è un processo che ha motivazioni in parte evidenti, in parte misteriose e anche casuali. Mi era già accaduto nel Friuli, e poi in Basilicata e di nuovo qui ad Avellino, di sentirmi dire che gli esperti datano l'avvio del processo di "decollo", come si suol dire, da un grande disastro naturale, da un evento tragico.
    Non dimentichiamo quella tremenda sera del 23 novembre 1980, non dimentichiamo i tremila morti, i 10 mila feriti vittime del sisma che colpì la Campania e la Basilicata: decine e decine di abitati distrutti o gravemente danneggiati, la lunga ferita lasciata nel paesaggio di queste regioni, nelle vostre città e villaggi dal sapore artistico antico. A quel disastro della Natura la società irpina ha dimostrato di saper reagire.
    Tocca agli studiosi il compito di analizzare i meccanismi di questa particolare sequenza di eventi.
    Osservo però che se oggi l'Italia è un Paese abbastanza prospero da poter trasferire un elevato volume di risorse in zone colpite da un disastro naturale, e questo afflusso si trasforma in un poderoso motore di decollo, vuol dire che in quelle zone esistevano le premesse di questo sviluppo; già c'erano, prima della devastazione, energie locali latenti o emergenti, capacità di lavoro e imprenditoriali, capacità organizzative e amministrative, in grado di reagire creativamente allo stimolo esterno. Anche se sulla strada della rinascita si sono poi dovute superare non poche difficoltà, che hanno frenato per qualche tempo lo sviluppo.
    Da queste considerazioni - e premesso che l'equilibrio dei conti pubblici nazionali e la credibilità e il prestigio del Paese sono un bene fondamentale per tutti - si possono trarre almeno due conclusioni.
    La prima è che le politiche di agevolazioni alle attività produttive, quando sono ben indirizzate, riescono a produrre gli effetti positivi auspicati. Quindi questa impostazione non deve essere abbandonata.
    La seconda è che si debbono migliorare le condizioni locali, le potenzialità per mettere a frutto le risorse esistenti e per attirarne di nuove. E non dimentichiamo che l'incontro, ossia la combinazione fra condizioni ambientali e risorse, richiede, per essere fecondo, la "scintilla" dell'iniziativa, dell'imprenditorialità.
    E' utile ed è giusto che si creino, in ambito nazionale o europeo, agevolazioni miranti a stimolare nuovi investimenti, a creare nuovi posti di lavoro. La convergenza verso l'alto dei livelli di sviluppo delle diverse regioni fu fin dall'inizio uno degli obiettivi dichiarati e dei principi ispiratori fondamentali del processo di unificazione europea.
    Lo è, lo deve essere a maggior ragione, della politica di uno stato ben governato.
    Ciò che è avvenuto ad Avellino può e deve avvenire in tante altre aree del Mezzogiorno, dove ve ne sono le condizioni: in primo luogo una gioventù ben preparata, e accettabili situazioni di sicurezza.
    Non c'è tempo da perdere: alcune disponibilità esterne, in prospettiva, possono ridursi. L'allargamento dell'Unione Europea, un obiettivo storico che perseguiamo con convinzione, includerà nell'Unione Paesi a più basso livello di reddito e quindi bisognosi di aiuti, che assorbiranno risorse dal bilancio comunitario. La consapevolezza di questa prospettiva ci impone, come immediata reazione, di compiere ogni sforzo per il completo utilizzo degli incentivi finanziari previsti per le regioni italiane dal Quadro comunitario di sostegno 2000-2006.
    Qualche altra considerazione.
    Una prima: l'esperienza ha dimostrato che è preferibile affidarsi alle forze vive del mercato - sia a quelle esistenti in loco sia a quelle esterne - per ottenere il massimo dei risultati con un dato volume di risorse.
    Una seconda: le imprese, grandi o piccole, di altre regioni d'Italia, che non trovano più spazi e manodopera nel loro territorio d'origine, hanno un naturale interesse a cercare nuove localizzazioni. Hanno di fronte a loro un'offerta di occasioni ampia, su scala addirittura globale. Sempre più numerosi sono i Paesi in ritardo nello sviluppo che mirano ad attrarre investimenti di imprese dei Paesi sviluppati; imprese che guardano al mondo intero come loro spazio naturale, e che sono capaci di una grandissima mobilità.
    Il Mezzogiorno non può proporsi di competere con regioni o Paesi in condizioni di offrire livelli salariali particolarmente bassi; e non vuole né deve accettare produzioni inquinanti.
    Può offrire altro. Non soltanto un ambiente naturale ancora largamente incontaminato e attraente: come è il vostro. Ma anche e soprattutto una manodopera ben istruita e altamente motivata (e lo dimostrano i bassi tassi di assenteismo nelle vostre fabbriche).
    Un grande avellinese, Francesco De Sanctis, che fu governatore della provincia di Avellino, nel proclama per il referendum di annessione al nascente Regno d'Italia del 16 ottobre 1860, scriveva parole quasi profetiche, che cito: "Quando avremo scuole popolari, scuole tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali, allora si apriranno nuove vie per guadagnarci la vita e acquisteremo coscienza della nostra dignità".
    Dodici anni dopo, nel discorso inaugurale all'università di Napoli del novembre 1872, De Sanctis biasimava le università italiane per essere "come tagliate fuori dal movimento nazionale", e le invitava ad affrontare (e di nuovo cito) "problemi attuali", divenendo "il gran vivaio delle nuove generazioni".
    Anche in una realtà economica già attivamente impegnata in un processo di sviluppo come la vostra queste parole conservano tutta la loro attualità. La tradizione culturale e civile avellinese, che ebbe già nel De Sanctis, come in Pasquale Stanislao Mancini, illustri esponenti, favorisce la consapevolezza della necessità di un continuo ammodernamento, al fine di realizzare quella "rivoluzione meridionale" di cui scrisse con tanta penetrante conoscenza Guido Dorso.
    La cultura del lavoro, la cultura dell'impresa sono cultura, non meno nobile e qualificante per l'umanità, delle lettere e del diritto.
    Per accelerare la crescita dobbiamo porre attenzione ad altri fattori non meno rilevanti, quali:
il potenziamento delle infrastrutture, e non mi riferisco soltanto alle vie di comunicazione - o all'adeguamento dell'edilizia scolastica, di cui qui si è parlato con giustificata passione - ma anche alle infrastrutture "non materiali", innovative;
un'attenta selezione dei progetti e periodiche verifiche dell'esecuzione delle opere nei modi e nei tempi previsti;
il superamento delle antiche lentezze delle burocrazie, confidando nell'ingresso di nuove generazioni capaci di accogliere e usare le più moderne tecnologie della comunicazione e dell'organizzazione amministrativa;
l'individuazione e la realizzazione di aree industriali attrezzate;
il miglioramento del contesto sociale, il consolidamento di un ambiente sicuro, governato dalla Legge.
    Non tutto si può attendere, né dipende, dall'alto. In particolare, la guerra alla criminalità organizzata è vincente soltanto se gode del convinto appoggio della società locale. Deve essere a tutti chiaro quanto sia alto il costo della criminalità per la collettività e per i singoli cittadini.
    Le organizzazioni di camorra o di mafia sono il peggior nemico del benessere della gente comune e della crescita delle occasioni di lavoro. Spaventano e tengono lontani potenziali investitori.
    Non creano lavoro, lo distruggono; sono una delle cause determinanti dei livelli di disoccupazione ancora intollerabilmente alti del Mezzogiorno.
    E vengo più direttamente al problema che deve essere al centro dell'impegno di tutti: autorità centrali di governo, autorità locali, imprenditoria e sindacati, organizzazioni di categoria. L'ultimo dato in materia di utilizzo della forza lavoro, di pochi giorni fa, segnala un tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno che è ancora del 18 per cento, contro il 6 del Centro, il 4 del Nord, e l'8,7 per cento della disoccupazione media italiana (un minimo storico dall'ottobre 1992).
    Il tasso di disoccupazione giovanile rimane, al Sud, a un livello inaccettabilmente alto: secondo le statistiche, superiore al 42 per cento, contro il 9,3 del Nord e il 15 del Centro.
    Confrontando questi dati con quelli di un anno fa, si deve bensì rilevare che è proprio nel Mezzogiorno che si è verificato, anche in valori assoluti, l'incremento maggiore dell'occupazione, e la riduzione maggiore della disoccupazione. Ma lo scarto fra il Nord e il Centro, da una parte, e il Sud dall'altra, rimane inaccettabile. Ridurlo ulteriormente è una priorità nazionale, sociale, economica, politica.
    L'Irpinia è cosciente di presentare condizioni di sicurezza più favorevoli di quelle esistenti in altre aree del Mezzogiorno (e livelli di disoccupazione minori). Deve consolidare e rafforzare questa condizione.
    La criminalità organizzata va sconfitta, per il futuro dei nostri figli. Non volete, non vogliamo che continui l'emorragia di giovani, preparati, capaci, volonterosi, costretti a cercare lavoro altrove.
    Da circa cinque anni è in atto un nuovo dinamismo del tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno, particolarmente nel settore delle piccole e medie imprese: con una crescita delle imprese nei settori extra-agricoli percentualmente superiore a quella del Centro-Nord.
    Ciò che avete già realizzato conforta la mia, la vostra fiducia in ulteriori progressi.
    Fate sì che l'immagine del Mezzogiorno, che soffre ancora di diffusi pregiudizi che spesso non trovano più riscontro nella realtà, s'imponga all'attenzione del Paese.
    Fate sapere, facciamo sapere all'Italia tutta "quello che succede al Sud", quello che è oggi il Mezzogiorno d'Italia: un'area dove le cosiddette "macchie di leopardo" di un nuovo sviluppo si stanno ampliando; un Mezzogiorno che si candida credibilmente, con la concretezza dei risultati già raggiunti, come la frontiera d'avanguardia nel Mediterraneo dell'Europa unita.
    La realtà odierna, nonostante le difficoltà congiunturali, presenta molti aspetti positivi. Il Mezzogiorno sta oggi riguadagnando terreno. Deve continuare a riguadagnarlo, consolidando le nuove tendenze positive in atto.
    Concludo rivolgendo a tutti voi, amministratori locali, imprenditori, rappresentanti dei lavoratori, esponenti della classe politica irpina che di generazione in generazione esprime autorevoli uomini delle istituzioni, l'augurio di buon lavoro, di andare avanti sulla strada che state percorrendo.
    E' un augurio che rivolgo soprattutto ai giovani, con una calda raccomandazione: guardate in alto, nutrite ambizioni, abbiate fiducia in voi stessi, nel futuro vostro e della vostra terra".

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