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Coronavirus, la signora Bernadette racconta il suo calvario

Un racconto drammatico, quello di una donna affetta da Covid-19

Quello raccontato dalla signora signora Bernadette Grossi, ricoverata perché affetta da Covid-19 e, oggi, presumibilmente guarita, è un autentico calvario. La paziente racconta le sue difficoltà, iniziate lo scorso 10 marzo 2020:

“Vengo ricoverata presso l’Ospedale Moscati, diagnosi: lieve polmonite. Dopo cinque giorni mi viene praticato il tampone ma nessuno mi comunica l’esito. Dietro mia insistenza, un’infermiera mi dice: “Pare negativo“. Pare?! Continuo a chiedere. Mi risponde dicendomi che non sono certi del referto del Cotugno e preferiscono ripeterlo loro. Arriviamo al 16 marzo,  ripeto l’esame. Il 17 marzo mi chiama tutta la mia famiglia per dirmi che ero positiva. Io non sapevo nulla. Poi lo stesso giorno mi chiama l’Asl e non i sanitari dove sono ricoverata. "Signora - mi dicono -,  lei è positiva". Mi fanno una serie di domande. Siamo al paradosso. Sono confusa, vorrei delle risposte, vorrei capire cosa fare, ma soprattutto cosa mi sta accadendo. Tutto questo accade nel reparto di malattie infettive".

Una serie impressionante di momenti difficili 

"La mattina seguente mi vengono somministrate delle pillole. Sola e senza speranze, uso internet per vedere cosa mi è stato somministrato. Scopro che sono degli antivirali, deduco che sono affetta da CORONAVIRUS. Chiedo di essere visitata ma nessuno mi presta attenzione. Minaccio di chiamare i Carabinieri e a quel punto il primario del reparto viene in camera e mi dice che la situazione è stabile. Arriviamo al 26 marzo, ripeto il tampone. Chiedo gli esisti. Nessuno sa nulla. Per fortuna riesco a farmi fare una tac, l'esito è negativo. Così decidono di dimettermi. Siamo al primo aprile. Mi preparo, avviso la mia famiglia. Alle 13.30 arriva un medico e mi dice: "Signora, non può andarsene, abbiamo un problema con un'autoambulanza". Arriviamo così al 2 aprile, arriva un dottore che mi spiega che se accetto di andare a casa, dove possiedo diversi appartamenti, avrebbero dovuto blindare tutto il palazzo. A quel punto mi propongono il ricovero in una clinica privata. Accetto. Sono ricoverata  da 15 giorni ma  il calvario non finisce.  Devo fare i tamponi, ma del personale Asl nessuna traccia. Chiedo e nessuno sa dirmi nulla. A quel punto decido di chiamare personalmente l’Asl. Il responsabile mi risponde che non può mandare tre persone per un solo tampone. La clinica  deve fornire l’elenco".

"Voglio solo tornare alla mia vita"

"Non mi arrendo, chiamo il dottore della clinica, il quale mi dice: "Noi abbiamo inviato una seconda pec. A questo punto chiami i Carabinieri". In tutto questo aggiungo che due giorni fa è stato effettuato un tampone qui alla clinica ad un altro paziente. Io voglio solo tornare a casa, alla mia vita".

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