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Coronavirus, Ariano prega per don Antonio Di Stasio

Il sacerdote è attualmente ricoverato al Moscati

Chiusa nel suo triste isolamento, per i molti casi di Coronavirus registrati , Ariano Irpino si "aggrappa" alla preghiera: unica arma possibile, in questo momento difficile. La Città del Tricolle, ad oggi, resta il Comune irpino più colpito dalla pandemia che sta spaventando il mondo. Ben 30 i contagiati per un primato che, purtroppo, fa contare anche una vittima, seconda in Irpinia dopo quella di Mirabella Eclano. Tra i contagiati c'è anche lui, don Antonio Di Stasio, ex parroco tra i sacerdoti più anziani della Diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia. Un "decano", un'istituzione vera e propria che in queste ore combatte all'ospedale Moscati di Avellino.

Vicino alla comunità tutta il Vescovo Sergio Melillo che in un lungo messaggio (diffuso prima dell'isolamento) ha invitato a riscoprire i rapporti e il silenzio in questa situazione "kafkiana". "I giorni grevi che attraversiamo invitano ad una sapiente gestione del tempo, ad un amore alla vita. Rimoduliamo il tutto - tra le pareti domestiche - alla luce di una “regola”. Una regola non intesa, però, quale insieme di mere prescrizioni ma, piuttosto, quale strumento utile di liberazione dai propri criteri. Una regola che rispecchia il ruolo rappresentato da Mosè per il popolo liberato dalla schiavitù: intesa come un “comando” che educa a vivere il Vangelo", scrive il Vescovo.

"Questa improvvisa condizione “kafkiana” - spiega Melillo - spiazza tutti e ci costringe, da “reclusi in casa”, ad attivare contatti virtuali obbligati e indispensabili. È tempo di rifioritura delle relazioni, da intessere con l’aiuto della Parola di Dio, con la preghiera, con la “prossimità”, con chi vive tra difficoltà e solitudini, tra le pareti familiari, come in una “piccola Chiesa”. Ripristiniamo - innanzitutto - la relazione con Dio, riconosciamo che questa relazione filiale stabilisce in noi, dentro di noi, ancor più il bisogno di amicizia e di familiarità. Viviamo, così, attraverso questa Passione la preparazione alla Pasqua".

Non manca un pizzico di nostalgia nel messaggio del Vescovo: "Nel silenzio “fragoroso” che domina la piazza di Ariano e abbraccia con tristezza il profilo della città, i dolci declivi e gli ampi spazi che la circondano, una “folla” di volti mi ritornano alla mente, nello sguardo del cuore. Volti d’incontri tra la gente, nelle parrocchie, nei paesi, con i sacerdoti … che ora possono apparire lontani ma, sono vicini, tutti stretti nella preghiera e nell’abbraccio di Dio! Consapevoli che il Signore continua a parlarci come Mosè « … faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Esodo 33,11).E’ un dialogo che non si interrompe, si intensifica nella preghiera, attraverso questo “filo rosso” che la Chiesa continua a tener fermo nella prova. Distanti fisicamente sì ma, vicini ai piedi della Croce!".

"La fede nei pensieri oscuri - suggerisce ancora - è l’unico punto di riferimento luminoso. Il dono di Dio non tarda a venire: «Guarda in cielo e conta le stelle» (Gen 15,5). Solleviamo, quindi, in alto lo sguardo. Lo strumento contabile proporzionato alla generosità di Dio e alla sua fedeltà, è la bellezza della volta celeste luminosa, in queste notti, con le diverse costellazioni accese da Dio nel firmamento. Questa luce guidi i nostri pensieri, i nostri comuni sforzi, fedeli a quello che ci viene chiesto. Preghiamo per le persone nella prova, le nostre parrocchie, i sacerdoti, i medici, il personale ospedaliero, le istituzioni e in special modo per quanti si dedicano con amore ai fratelli nel bisogno".

"Il Signore - dice in conclusione - ci fa partecipi sempre della sua relazione con il Padre: «Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio» (Gv. 15,15-16) Essere amici di Dio, equivale ad essere compartecipi dell’opera di Dio, con relazioni da creare e da ricostruire quali fondamento della nostra umana esperienza. Urge, quindi, una rifioritura di relazioni nelle famiglie, nelle comunità, laddove si genera il bisogno dell’amicizia. Gesù, sempre accanto a noi, si è calato dalla sua infinitudine alla nostra finitudine, alla morte di croce, fino a donarci la vita nuova nella Risurrezione. È tempo di ritornare a vivere da risorti. L’apparente distanza che viviamo, in realtà, ci avvicina, ci fa sentire un Popolo e una Comunità. Ritroviamoci nella “comunione eucaristica spirituale”, intorno alla stessa mensa per un futuro di progetti. Tra i limiti e la fragilità della vita è allora che “mi illumino d’immenso”.

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