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Cronaca

Clan Sangermano, la Cassazione rigetta i ricorsi: i boss restano in cella

La Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione rigettava i ricorsi relativi all’annullamento delle ordinanze del Riesame di Napoli presentati dai legali di Agostino Sangermano e Nicola Sangermano

In data odierna, la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione rigettava i ricorsi relativi all’annullamento delle ordinanze del Riesame di Napoli presentati dai legali di Agostino Sangermano e Nicola Sangermano - difesi di fiducia dagli avvocati Raffaele Bizzarro, Nicola Quatrano e Gennaro Pecoraro. I Sangermano, dalle evidenze investigative, sono ritenuti figure apicali dell'attività del clan tra il nolano e l'Irpinia, in particolare nel territorio di Marzano di Nola. I magistrati del Tribunale della Libertà di Napoli avevano confermato la misura cautelare firmata dal Gip del Tribunale di Napoli Fabrizio Finamore su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Napoli ed eseguita lo scorso 4 novembre dai militari del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, che per anni sono stati impegnati a ricostruire organigramma e affari del sodalizio guidato dai fratelli Sangermano. I giudici della Cassazione, ancora, hanno rigettato anche i ricorsi presentati negli interessi di Nappi Paolo e Sepe Onofrio.  

Gli arresti della Dia che hanno decapitato il clan 

Nell’ambito di un’indagine coordinata della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, i Carabinieri di Castello di Cisterna e personale della Direzione Investigativa Antimafia hanno dato esecuzione a un’Ordinanza di Custodia Cautelare in carcere, emessa dal Tribunale di Napoli, a carico di 25 soggetti, ritenuti appartenenti al Clan “Sangermano” con operatività nell’agro nolano, gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, illecita concorrenza, usura, autoriciclaggio e porto e detenzione illegale di armi comuni da sparo, quest’ultimi reati aggravati dalle finalità e modalità mafiose.

L’attività investigativa, svolta dal 2016 al 2019, ha consentito di evidenziare l’operatività del sodalizio criminale, con base a San Paolo Bel Sito (NA) e con interessi in gran parte nell’agro nolano ed in una parte della provincia di Avellino, tendente ad affermare il proprio controllo egemonico sul territorio di interesse, anche con la disponibilità di una importante quantità di armi comuni da sparo.

E in Irpinia, grazie a Roberto Santulli e Angelo Grasso, arrivava la mozzarella della camorra 

Le indagini hanno fatto emergere un'ampia attività estorsiva attraverso l’imposizione di articoli caseari a numerosi esercizi commerciali della zona, nonché l’induzione degli imprenditori all’acquisto di provviste per l’edilizia da una sola rivendita di riferimento. Intensa anche attraverso l’attività di riciclaggio, l’illecito esercizio della professione creditizia e la concorrenza illecita esercitata grazie ad atti intimidatori. 

In una intercettazione ambientale si sente dire: “Il commercio di queste mozzarelle è camorra”. Stando a quanto è emerso finora, gli uomini del clan agivano utilizzando persone del posto, conosciute da coloro che erano individuati come obbiettivi. Nella vicenda della vendita delle mozzarelle «della camorra» agli esercizi commerciali, Salvatore Sepe utilizza sia Roberto Santulli che Angelo Grasso come tramite. Santulli è conosciuto al ristorante Quagliarella, Grasso al ristorante o’ Pagliarone: entrambi sono – nelle parole delle vittime – esponenti vicini ai Sangermano.

A dimostrazione della pressante presenza del clan sul territorio, nel corso della processione della patrona del paese, l’effigie della Santa era stata fatta “inchinare” innanzi l’abitazione del capo clan. Nel corso delle attività, i carabinieri hanno dato esecuzione anche ad un decreto di sequestro preventivo, per un valore di circa 30 milioni di euro, su immobili (terreni e fabbricati), società, autovetture e rapporti finanziari.

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