Corte Costituzionale nelle carceri, occorre una riflessione sul mondo carcerario italiano

I penitenziari italiani rappresentano lo specchio e il riflesso di una parte della comunità da non emarginare, ma da riabilitare

La Costituzione cammina fra la gente e per la gente, attraverso le gambe di chi la rappresenta in modo virtuoso. I Giudici della Corte Costituzionale hanno così deciso di uscire dall’alcova del Palazzo della Consulta per diffondere la conoscenza “della madre di tutte le norme” sulla scia dell’art. 27 Cost. e portare speranza, sollievo e coscienza a coloro che talvolta si sentono abbandonati dalla società, in cerca di una possibilità di riscatto nelle carceri italiane. I penitenziari italiani rappresentano lo specchio e il riflesso di una parte della comunità da non emarginare bensì da riabilitare, ma soprattutto l’anima di chi ha sbagliato e spera nel riscatto personale in una nuova vita. Giovedì 16 Gennaio, presso l’università la Sapienza di Roma, è stato proiettato il film “Viaggio in Italia. La Corte Costituzionale nelle carceri”. Attraverso le realtà penitenziarie delle carceri di Roma Rebibbia, Firenze Sollicciano, Bellizzi Irpino, Terni, Milano San Vittore, il minorile di Nisida, sono emerse le esigenze primordiali dei ristretti quali il diritto al lavoro, alla salute, alla maternità e all’identità. Vorrei riporre l’attenzione sul recupero dei minori per i quali nel processo minorile è previsto l’Istituto del perdono giudiziale, tuttavia sappiamo che il perdono ha senso soltanto se si dimostra di averlo meritato. Rammentiamo la storia di un giovane ristretto Emanuele, minore, detenuto modello, presso il carcere minorile di Nisida, per le cui capacità era addirittura propenso alla professione di giornalista, ma aveva scelto di fare il capoclan e uscito dal carcere era stato abbandonato a se stesso e ricaduto nella voragine della criminalità, ha trovato suo malgrado la morte. La paranza dei bambini, ci riporta alla memoria il romanzo di Roberto Saviano e la vita degli adolescenti nelle periferie dell’interland napoletano. Ragazzi che dopo il percorso di rieducazione detentiva, poiché la vita è rispetto delle regole, rendendo talvolta indispensabile comminare una sanzione giusta, adeguata e proporzionata, necessitano di essere seguiti dopo aver espiato la pena, attraverso un ulteriore percorso di guida e risocializzazione, avviati direttamente dal mondo penitenziario al mondo del lavoro, nei settori in cui hanno appreso arti e mestieri durante la lunga esperienza detentiva. Tante le storie da raccontare, come quella avvenuta nel Carcere di Bellizzi Irpino, dove un detenuto algerino 34enne ha tentato di togliersi la vita ingerendo del sapone liquido. O come accaduto sempre in Irpinia, dove un altro detenuto ha tentato di torgliersi la vita ingoiando una lametta, tre pile e un tagliaunghie. Dietro al gesto dell'uomo, trentacinquenne, una forma di protesta per lo stato in cui versa proprio l'istituto penitenziario irpino. Tante situazioni al limite che impongono delle scelte. 

Concludo con una riflessione di Cesare Beccaria, autore del testo “dei delitti e delle pene”, nel quale asseriva che “non vi è libertà, ogni qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa”

Accetta Francesca, esperta in criminologia e psicologia forense. 

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