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Avellino, scoperto giro di droga della 'ndrangheta

L'operazione "Prisoners tax" con la quale i carabinieri hanno eseguito 25 provvedimenti cautelari

Venticinque persone sono destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione.

Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore capo Nicola Gratteri.

Il blitz è in corso di esecuzione dalle prime luci dell’alba di oggi, tra il catanzarese ed il soveratese, dove sono impegnati, nell’operazione, denominata “Prisoners Tax”, oltre duecento carabinieri del Comando provinciale e della Compagnia locale. In manetta sono finti, tra gli altri, Domenico Procopio e il figlio Carmine, presunti reggenti dell’omonima cosca locale, mentre è stata eseguita anche una perquisizione in quello che è ritenuto il “covo”, ovvero la base operativa degli affari del clan.

Ecco le parole del procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri: 

«Un’indagine importante perché colpisce una famiglia di 'ndrangheta, quella dei Procopio, che domina sul piano criminale a Soverato e nel comprensorio di Soverato». Il blitz condotto dai carabinieri della Compagnia di Soverato e del Comando provinciale  di Catanzaro, è stato illustrato in una conferenza alla quale, oltre a Gratteri, hanno partecipato il procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Luberto, che ha curato l’indagine insieme al sostituto Deborah Rizza, e dai vertici territoriali dell’Arma. «Si tratta – ha detto ancora Gratteri  di un’inchiesta realizzata molto bene, fondata su intercettazioni incontrovertibili, quasi in chiaro. Di particolare rilievo – ha sostenuto ancora il capo della Dda di Catanzaro – sono gli elementi da cui emerge che la cosca Procopio-Mongiardo interagiva con le potenti cosche Gallace di Guardavalle e Nirta-Strangio di San Luca».

Il traffico si estendeva fino ad Avellino 

Il procuratore aggiunto Luberto, dichiara: «un traffico di sostanze stupefacenti non si imbastisce dall’oggi al domani, ma deve avere sempre una sorta di copertura, una legittimazione e un’autorizzazione, e in questo caso arrivava da fornitori all’ingrosso di serie A, con la marijuana venduta dai Gallace e la cocaina dagli Strangio-Nirta. Inoltre – ha rilevato Luberto – il traffico di stupefacenti non era limitato solo all’ambito locale ma si estendeva anche al mercato di Avellino, segno di una leadership della ‘ndrangheta. Capace di imporre agli altri prezzi concorrenziali».

Luberto ha poi reso noto che «la base logistica della famiglia Procopio era un bar di loro proprietà a San Sostene, che era la centrale operativa dell’organizzazione», organizzazione che aveva tre promotori, Domenico e Carmine Procopio e Giuseppe Corapi, e poteva contare anche sulla presenza attiva di alcune donne, due delle quali colpite da provvedimenti cautelari.

Gli introiti del traffico di sostanze stupefacenti erano destinati al sostentamento dei detenuti della famiglia Procopio

A illustrare i dettagli dell’operazione “Prisoner Tax” è stato il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro, il colonnello Marco Pezzi: «Il nome in codice del blitz – ha rilevato Pezzi – nasce dal fatto che gli introiti del traffico di sostanze stupefacenti erano destinati al sostentamento dei detenuti della famiglia Procopio, ristretti in varie carceri italiane». Pecci ha anche legato questa operazione all’inchiesta “Last Generation” dello scorso 24 giugno, con la quale è stata sgominata un’altra organizzazione dedita al traffico di sostanze stipe facenti nel comprensorio del Soveratese, rimarcando «l’importanza di una risposta delle forze dell’ordine in un periodo dell’anno nel quale in questa area della Calabria c’è un consistente aumento di turisti, anche giovani». Secondo il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro, inoltre, «era agghiacciante la capacità di controllo del territorio da parte dell’organizzazione, che aveva messo le mani su tutti i settori economici, a partire dal taglio boschivo, e ricorreva a metodi violenti per riscuotere i propri crediti, come conferma – ha reso noto il colonnello Pecci - una richiesta  estorsiva ineluttabile nei confronti dei genitori di un assuntore di droga, costretti a estinguere il debito del figlio sotto una minaccia pesante e incombente».

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