A quarant’anni dal terremoto dell’Irpinia, un viaggio fotografico tra le terre colpite dal sisma

Visitabile online la mostra del fotografo Paolo Terlizzi

“A quarant’anni da questo evento avrei voluto che questa selezione di immagini, parte di un lavoro molto più ampio, trovasse un luogo espositivo fisico.” Così apre la sua introduzione alle immagini presentate il fotografo Paolo Terlizzi, di nascita sorrentino e che lavora tra Milano e Napoli, nella sua esposizione online. In commemorazione del 23 novembre, giorno in cui cade il 40° anniversario dalla scossa che investì l’Irpina, causando quasi 3.000 morti e migliaia di sfollati, Terlizzi ha deciso, nell’impossibilità di realizzare una mostra fotografica a Milano come previsto, di rendere visibile il suo progetto con una mostra online. 

19:35 è un progetto nato nel 2008 con lo scopo di raccontare quei luoghi che furono così duramente colpiti dal terremoto, per 90 secondi, alle 19:35 del 23 novembre, e poi dimenticati. 

23 fotografie che raccontano una Natura che inesorabile si riprende quanto le era stato tolto. Stanze a cielo aperto che diventano boschi, in cui giovani fusti di albero sono le nuove colonne portanti dell’edificio. Rami che attraverso vani delle finestre, da dentro escono, da fuori entrano, confondendo la percezione dei confini. “Una bellezza che, spietata e noncurante, avvolge nel suo manto e talvolta stritola ciò che non fa parte della sua natura” racconta Terlizzi. 

23 fotografie che raccontano un territorio difficile, in cui le infrastrutture, costruite negli ultimi decenni, alleviano, ma non risolvono interamente, la difficoltà di spostamento tra un luogo e l’altro. Una terra fertile e ricca, disegnata da corsi d’acqua e dorsali dell’Appennino Campano, caratterizzata da acute escursioni termiche tra la notte e il giorno.

23 fotografie che raccontano l’abbandono delle istituzioni, e delle loro promesse di ricostruzione, in parte mai terminate, in parte mai avvenute, in parte copertura di atti criminali. Abbandono delle proprie abitazioni, per andare in nuovi paesi, alle volte ricostruiti distanti dal luogo di origine. Abbandono del Sud, con ancora meno prospettive, e spopolamento dei borghi, un divario tra nord e sud del Paese, acuito dalla tragedia del terremoto. Un esodo che continua tutt’oggi.

23 fotografie intervallate dai testi dell’autore in cui racconta a parole, gli anni di viaggi in quelle terre, esplorate a bordo di un furgone, solitamente da solo, a volte in compagnia di altri artisti, come Marco Russo, professore e scrittore, che in questa mostra accompagna alcuni scatti con sue poesie scritte in occasione dei viaggi. Paolo Terlizzi racconta le sue sensazioni nel camminare tra natura e macerie, ascoltando il silenzio e lo scricchiolare dei suoi passi, dormendo tra richiami di animali e annunci ferroviari di stazioni dismesse. Sensazioni ed emozioni complesse, in cui trovano spazio allo stesso modo angoscia e contemplazione di bellezza assoluta.

19:35
“Una sera, a cena, nel riaffiorare di ricordi d’infanzia - quelli che solo il tempo colloca nel suo giusto significato e aiuta a focalizzare - si parlava di luoghi, colori e silenzi, della natura, di quella umana, soprattutto, della consapevolezza della sua caducità, della falsa convinzione di sentirsi padroni del proprio destino e del proprio tempo, di come ogni possesso e ogni certezza possano svanire in un attimo. 

Ecco come, quasi per caso, è nato questo progetto.
19:35. 90 secondi che hanno cambiato per sempre le sorti di una terra.
Dopo quarant’anni le cicatrici sono ancora ben visibili nell’anima delle persone e dei paesi, e in molti casi le ferite sembrano non essersi ancora rimarginate. Tra luoghi sospesi, rabbia, amara rassegnazione e bellezza dell’assenza, si resta nel mezzo, incapaci di giudicare la natura che con inesorabile lentezza e tenacia si riprende i suoi spazi, ricopre e seppellisce quel che resta di un tragico evento, incerti sul labile confine tra documentazione e turismo della tragedia. Camminando con rispetto tra polvere e macerie, tra silenzi assordanti e detriti di tempo immobile, si va via convinti di aver preso, carpito o rubato qualcosa.
Ma, per ogni immagine che si porta via, una parte di sé resta lì, sospesa”. Paolo Terlizzi

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