Lasciare la propria terra per cercare la propria strada: la testimonianza di Chiara, 27enne di Avellino

Non più di qualche giorno fa, vi abbiamo parlato degli impietosi numeri forniti dall’Istat sullo spopolamento nella Provincia di Avellino

Spesso, troppo spesso, in Italia abbiamo sentito parlare di “fuga di cervelli”. Un termine tanto noto e tanto odiato. Troppo spesso abbiamo visto amici e familiari fare i bagagli e lasciare la propria terra di origine per cercare la propria strada. Non più di qualche giorno fa, vi abbiamo parlato degli impietosi numeri forniti dall’Istat sullo spopolamento nella Provincia di Avellino.  

Dal 2012, infatti, quasi 8mila abitanti, soprattutto giovani, hanno detto addio alla loro casa. Dati preoccupanti che spingono a fare riflessioni profonde.  Tra queste persone c’è anche Chiara Spiniello, 27enne di Avellino, dottoranda di ricerca presso la Sapienza di Roma e attualmente residente a Lille, nel nord della Francia. Sono ormai 9 anni che Chiara ha lasciato l’Irpinia, e tanti hanno fatto come lei. Avellino Today l’ha raggiunta per raccogliere una testimonianza diretta di cosa voglia dire abbandonare la propria terra. 

Chiara, quali sono state le difficoltà che hai affrontato e che ti hanno spinto a lasciare Avellino? 

“Quando ho lasciato Avellino per la prima volta, avevo 18 anni. Quindi, per me, è stata una decisione del tutto inconsapevole. L’unica certezza che avevo, era di voler frequentare una facoltà di scienze politiche. Un indirizzo che, a mio avviso, ti consente di avere una visione delle cose a 360 gradi. Successivamente, sono tornata ad Avellino e, ad ogni modo, ho sempre tentato di mantenere il legame con la mia terra. Ad Avellino ho la mia famiglia, i miei amici, e rimango sempre una persona molto nostalgica e sentimentale. Mi sono impegnata attivamente nel progetto relativo all’ex Eliseo ma, questa e altre, sono state tutte esperienze deragliate a causa delle problematiche che abbiamo dovuto affrontare. Questa, a mio avviso, è una delle principali ragioni che spingono a lasciare l’Irpinia: la difficoltà di rinnovare; di imprimere un cambiamento in una situazione estremamente assestata”.  

Come è stato l’impatto con la realtà straniera? 

“Fare il primo passo mi ha permesso, successivamente, di farne molti altri. La Francia mi ha permesso di crescere molto dal punto di vista professionale. Ha arricchito le mie conoscenze mostrandomi una realtà diversa; non soltanto rispetto a quella che c’è ad Avellino, ma anche rispetto a quella che ho conosciuto a Roma. Un sistema molto più meritocratico; in cui non occorre essere “il figlio di...” per raggiungere i propri obiettivi. Ovviamente, lo scotto da pagare, in questo senso, è la mancanza. Mancanza del posto dove sono nata, mancanza dei miei affetti più cari. E mancanze anche dal punto di vista lavorativo, perché io mi sono formata alla Sapienza di Roma e in parte ad Avellino. L’idea di dover investire le mie conoscenze altrove, piuttosto che ad Avellino, è una cosa che mi deprime moltissimo. Io continuo a sperare che la mia permanenza in Francia sia momentanea. Il mio desiderio è quello di tornare in Italia e affermarmi nel mio paese”.  

Dopo aver provato a lungo l’esperienza del cercare la propria strada all’estero, consiglieresti ai giovani irpini di fare lo stesso? 

"E’ difficile rispondere universalmente. La mia prima risposta è di tipo ideologico: vorrei che i giovani costretti a lasciare la propria terra per cercare fortuna fossero sempre meno. Poiché è scontato che, se questo paese lascerà partire tutti i suoi figli per andare altrove, la nostra terra è destinata a morire. La risposta reale è che, finché non ci sarà un cambiamento effettivo, in tutto il Meridione, purtroppo, ci sarà sempre la tendenza ad andarsene”.  

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Un messaggio, quello di Chiara, che deve essere rivolto a tutte quelle Istituzioni che, da sempre, hanno mostrato solo disinteresse verso i bisogni dei cittadini e, ancor di più, verso i bisogni dei giovani.  

Avellino, il Meridione, l’Italia, non possono morire sacrificate sull’altare dell’egoismo e dell’unica bandiera che conta: l’interesse personale. Sono questi i giovani che possono dare nuova linfa alla nostra economia, alla nostra politica, alla nostra volontà di voler tornare a essere, ancora una volta, protagonisti del mondo. Gli unici veri artefici del nostro destino.  

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