Mamma Schiavona beffò Hitler e salvò la sacra Sindone

La reliquia nascosta nel santuario rimase al sicuro per sette anni, i nazisti non la trovarono mai

Il santuario della Madonna di Montevergine sulle cime del monte Partenio è uno dei monasteri più visitati di tutto il Mezzogiorno, ogni anno milioni di pellegrini e devoti fanno visita al complesso mariano per rendere omaggio alla Vergine Maria.

Molti di questi fedeli non sanno che un legame indissolubile lega l'abbazia alla sacra sindone, il lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino sul quale la tradizione cristiana riconosce l'immagine di Cristo. Per sette anni, dal 1939 al 1946, la Sindone ha lasciato la sua casa madre ed è stata tenuta segretamente nascosta nel complesso mariano, identificato dalla Chiesa come luogo tra i più sicuri per proteggere la reliquia dalle mire dei tedeschi. Era risaputo che Hitler fosse ossessionato da tutti gli oggetti collegati alla figura di Gesù, dato confermato nel 1938 quando il Fuhrer in visita in Italia fece insolite e insistenti domande sulla Sindone, tanto da farne intuire le mire personali.

Il Papa allertato dalla probabilità che l'Italia potesse entrare in guerra allarmò il re, Vittorio Emanuele III, all'epoca proprietario della reliquia. Si diede così vita ad una operazione top-secret di cui fu tenuto all'oscuro persino il Duce Benito Mussolini. Era il settembre del 1939, la Germania aveva appena varcato il confine polacco dando ufficialmente inizio alla seconda guerra mondiale. Nonostante la neutralità dichiarata dal governo italiano, in pochi si illudono che Mussolini voglia risparmiare all'Italia la tragedia del conflitto, per questo nel riserbo più assoluto la notte del sei settembre la sindone fu tolta dalla cappella del Guarini per essere trasportata nella cappella reale del Quirinale.

L'idea del re era quella di nascondere la reliquia in Vaticano ma anche tra le sacre mura il santo lino poteva entrare in possesso delle mani sbagliate, per questo il Papa pensò di spostare la Sindone in un luogo poco conosciuto: il Santuario di Montevergine. La sindone arrivò nel cenobio benedettino il 25 settembre, qui fu nascosta nel retro dell'altare del coro, laddove i monaci recitavano il Vespro. Nel verbale di consegna firmato dall'abate Marcone, dal canonico Paolo Brusa, custode della Sacra Sindone, dal priore di Montevergine, Bernardo Rabasca e dal cappellano del Re, Giuseppe Gariglio, furono scritte tutte le disposizioni: la Sindone, arrotolata,veniva deposta in una cassetta d'argento rivestita di broccato.

Essa doveva essere collocata in una cassa di legno più grande, avvolta da un involucro di tela chiuso con sigilli di piombo e recante la scritta: Reliquiarii, che sarebbe stata nascosta nella clausura del monastero sotto l'altare ligneo del Coretto da notte, chiuso a chiave da un robusto paliotto di legno. In un verbale aggiuntivo si stabilì anche che, nell'eventualità di bombardamenti, o pericoli l'abate era autorizzato a spostare la Sindone in un luogo ancora più sicuro: una galleria artificiale scavata nella viva roccia a cento metri di distanza dal Coretto, alla quale si accedeva attraverso il corridoio del monastero, senza bisogno di uscire all'aperto.

Soltanto il 31 ottobre del 1946 la sindone fu riportata a Torino. Per sette lunghi anni la reliquia fu tenuta al sicuro dalle mire nemiche, tutti persino i monaci di Montevergine rimasero all'oscuro dell'operazione.

Nel 1943 i tedeschi si avvicinarono ignari all'oggetto tanto ambito, i soldati nel corso di una perquisizione alla ricerca di partigiani entrarono nel santuario, salirono le scale che conducevano alla stanza del coro notturno, ma trovando i monaci nell'atto di pregare e mossi dal rispetto chiusero la porta e se ne andarono. Erano così vicini alla meta eppure l'operazione fu talmente ben eseguita che a quei soldati mai gli sfiorò alla mente che la sindone potesse essere nascosta proprio lì, in quella stanza di preghiera sotto la protezione vigile di Mamma Schiavona.

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