Sapore d'Irpinia

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Salvatore Molettieri fuoriclasse del rosso d'Irpinia, il suo dogma: “Il vino si fa in vigna”

Definito il gigante dell'Aglianico, Molettieri ha reso grande il vino di Montemarano nel mondo


Salvatore Molettieri non ha bisogno di tante presentazioni. Uomo chiave del vino montemaranese è uno dei grandi custodi della tradizione vitivinicola irpina. 
Da molti definito il gigante dell'Aglianico è riuscito ad affermare la personalità dei suoi rossi con la tipica pazienza contadina, di chi non si cura delle dinamiche commerciali, ma asseconda con rigore i ritmi lenti della natura.
I suoi sono vini preziosi e robusti che hanno la capacità inequivocabile di affrontare le insidie del tempo rispecchiando le peculiarità tipiche dell'Irpinia. Famoso il suo dogma la qualità si fa in vigna, dogma che lo ha portato a scalare le classifiche dei migliori tabloit internazionali di settore, conquistando giudici, esperti, ma prima di tutto un pubblico variegato di winelovers. Salvatore, tenace vignaiolo con i piedi e il cuore saldi nella sua Irpinia mi ha raccontato la sua storia partendo da quel lontano 1983, quando con la determinazione che lo contraddistingue decise di rendere grande Montemarano nel mondo.

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“Era il 1983 quando decisi di fare il salto da conferitore a produttore, completando poi il percorso produttivo con l’imbottigliamento a partire dal Taurasi Riserva 1988. Avevo 32 anni e venivo da generazioni di agricoltori. I Molettieri hanno sempre fatto questo. Certo non si immagini filari di viti come oggi – mi sorride - Prima bisognava sfamarsi, ed era tutto un po'mischiato. Tra le viti, poteva esserci il grano, le patate, il foraggio, poi, dall'83 quando ho deciso di diventare produttore tutto è cambiato”.
Il sogno di Salvatore era quello di conferire una dignità imprenditoriale alla tradizione contadina della sua famiglia e della sua terra. Montemarano, già prima del terremoto, viveva un periodo di forte abbandono. Le campagne si spopolavano per emigrare altrove, magari alla ricerca di un posto sicuro in fabbrica, o nella terra promessa, negli Stati Uniti, in Svizzera, in Germania: ovunque ma lontano dai campi. E invece Molettieri ebbe la tenacia e l’intuito di scommettere sul patrimonio inestimabile lasciatogli in eredità dai suoi avi: l'Aglianico.
“Il vitigno che storicamente è legato a Montemarano è l'Aglianico. Per me è un po' come un figlio – mi spiega compiaciuto - Da esso dipendono quattro generazioni di Molettieri. Certo all'inizio ho dovuto faticare per far comprendere la mia filosofia. Non nego che qualcuno mi rideva dietro per l'idea di stravolgere il tipo di coltivazione. Si era sempre badato alla quantità e invece per me la parola d'ordine è qualità. Minore quantità di uve prodotte a vantaggio di una qualità elevata. E per questo passai  dall'originario impianto a raggiera all'allevamento a cordone speronato e a guyot modificato con un continuo rinnovo dei sesti d'impianto”.
Gli inizi furono molto impegnativi. Da produttore e viticoltore Molettieri dovette fare i conti con i mutui e con le leggi amare del mercato. Anni in continua evoluzione, nelle tecniche e negli strumenti, ma sempre nel segno costante di una tradizione che doveva rivivere egregiamente nei nettari di Montemarano.
“Quanto ho dovuto sudare prima di affermare il nome Molettieri – esclama – sono cresciuto mano a mano. Per il mio primo Taurasi a stento avevo una botte. Come dimenticarlo, uscì nel 1995, annata 1988. Era un'ottima annata, ma mica era facile trovare una botte?! A stento il torchio – sorride – Comprai una botte in rovere usata e dopo 7 anni usci il Taurasi Riserva Cinque Querce”.
Cinque Querce è il cru aziendale, la culla di una storia di famiglia che si esprime nell'oro rosso d'Irpinia. Vini intensi, profondi, pieni, riflesso esemplare del terroir di Montemarano, ma anche del carattere di Salvatore, eclettico e rivoluzionario nel suo restare ancorato alle origini.
“Montemarano è l'Aglianico. Io sono cresciuto nella terra con mio padre tra l'Aglianico - aggiunge- In questo vitigno risiede la nostra cultura e ora come allora per me è nel nostro Aglianico che bisogna puntare”.

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Questa identità originaria viene mantenuta viva da Salvatore insieme ai suoi figli, costantemente impegnati prima in vigna e poi in cantina. Nei circa 13 ettari di vigneto Molettieri lavora e si confronta con la nuova generazione cercando di essere una guida autorevole e fedele.
“Ho insegnato ai miei figli che l'esperienza in questo lavoro è fondamentale. Anche io ho dovuto confrontarmi con mio padre e così oggi i miei figli si confrontano con me. Il confronto è fondamentale. Persino un uomo di cultura come il Prof. Luigi Moio, non disdegna i miei insegnamenti. Lui ha sempre sostenuto che il vino si faceva in cantina, ma si è dovuto ricredere e un bel giorno mi ha dato ragione. Si parte sempre dalla vigna, dalla terra. La materia prima è la terra come la madre lo è per un figlio. Quando mai un professore universitario ha dato ragione ad un agricoltore?! È la riprova che vigneron si nasce e non si diventa!”. E infatti nei vini Molettieri c'è l'anima di Salvatore, ma anche cultura, tradizione, radici che hanno scelto di raccontarsi nella forma e nella sostanza del nettare degli dèi.

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