Pasqua ad Avellino, il messaggio del Vescovo Aiello

Ecco il messaggio del Vescovo alla città

Ecco il messaggio di Pasqua del Vescovo di Avellino Arturo Aiello:

In questa primavera incerta e dubbiosa gli alberi sono fioriti lo stesso con la loro tavolozza di colori che va dal rosa-pesco al bianco, dal fuxia ai grappoli azzurri del glicine che mettono in moto sciami di api al lavoro per il miele che si distilla in piccole celle monastiche di cera. Fiorisce anche la Croce di Cristo, “Albero fecondo e glorioso, ornato d’un manto regale”, da cui cogliamo volentieri frutti di grazia e di conversione.

Questa Pasqua, che si è annunciata con l’infausta scena delle fiamme che avviluppavano la Cattedrale di Notre Dame, come il rogo in cui tragicamente si incenerisce il sapere e gli intrighi de “Il nome della rosa” di Umberto Eco, ha il sopravvento su ogni annuncio di morte e dilaga dalle nostre Veglie Pasquali di ieri sera investendo cose e persone, istituzioni e famiglie, incertezze e paure.

La debole fiamma del Cero Pasquale ha diradato le tenebre di ieri sera e, come canta l’antico inno dell’Exultet, lo ha trovato acceso la stella del mattino. Usciamo dai nostri nascondigli antiatomici imbambolati, ancora dubbiosi come le donne al sepolcro, sospettosi e scettici di essere ancora in vita, sopravvissuti ad una catastrofe.

Più gioiosi escono i nostri morti dai loro loculi e ci vengono incontro non con le maschere del dolore con cui li salutammo nel giorno triste dell’addio, ma con i volti radiosi della loro stagione migliore, e portano in braccio spighe mature e papaveri, oro lucente e rosso sangue perché “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.

Dobbiamo mettere le mani a visiera per difendere i nostri deboli occhi da tanta luce che trasborda e ci viene incontro, i più prosaici inforcheranno gli occhiali da sole come talpe appena uscite dai loro nascondigli. La città di Avellino, più volte piagata e venduta, e l’intera Irpinia sono chiamate a smettere gli abiti da lutto per indossare vesti di luce perché a noi tutti, malati terminali senza speranza, non è stato accordato solo uno scampolo di vita, ma una vita interamente nuova e senza fine, senza dolore e morte, senza le pieghe dell’addio e le cicatrici del “Ci eravamo tanti amati”.

Basterà d’ora in poi guardare la Croce come a un faro per ritrovare la rotta, la salvezza che il Crocifisso-Risorto ci dona senza ticket da pagare, senza file da fare, senza temere il peggio. Basterà credere per accedere a questo reddito di cittadinanza celeste che niente e nessuno potrà toglierci, basterà riconoscere nel Risorto il Salvatore per riprendere un respiro ampio dopo tempi di apnea e di asma bronchiale, basterà fare credito all’Uomo dei dolori che ben conosce il patire per accedere a un plus di valore per i nostri giorni angosciosi, per i nostri affetti sbadati e sbandati, per la nostra “patria che corre, ma non parte”, per vivere tutti un nuovo rinascimento e un nuovo umanesimo in giorni in cui ancora ci tocca andare in giro, come Diogene, alla ricerca dell’uomo.

L’Uomo c’è e lo ha indicato Pilato senza saperlo quando, dal suo balcone, ha indicato il Cristo piagato a una folla assetata di sangue: “Ecce Homo!”, è Lui l’Uomo! Riusciremo a credere a questo annuncio di vita o continueremo a comprare loculi al cimitero? Avranno uno sguardo al Risorto i mille e mille candidati alle prossime elezioni comunali in città e in provincia rinunciando alle bombe che hanno già preparato per la strage, uscendo in piazza per abbracciarsi tra loro e tessere, pur da trincee diverse, azioni comuni e strategie condivise di risurrezione del nostro territorio?

Smetteremo di cercare tra i morti Colui che è vivo volgendo le spalle ai mille rancori che ci dividono per aprirci, oltre il ciarpame di egoismi atavici, al “nuovo” che si chiama Pasqua? Si avrà il coraggio di guardare avanti, faccia al sole, dove angeli danno indicazioni di vita e non sniffate di illusioni che rendono ancora più amari i risvegli alla realtà? So che molti sono disincantati, delusi e non si aspettano nulla da questa Pasqua 2019.

Da giovedì sera sono diventato più ottimista anch’io rispetto a quanto ci attende perché, mentre ero chino in Cattedrale a lavare i piedi di dodici detenuti, ripetendo indegnamente il gesto di Gesù nell’Ultima Cena ed ero preso dai loro piedi, ho visto delle gocce scendere nell’acqua del catino.

Mi sono affrettato con l’asciugatoio pensando di non aver fatto un buon lavoro, ma le gocce continuavano a scendere come l’inizio della pioggia di primavera in uno stagno. Allora ho alzato lo sguardo e solo allora ho compreso che erano lacrime. È accaduto con molti di loro. Ho pensato che, se un uomo in detenzione per reati gravi è ancora in grado di piangere, non tutto è perduto. Mi ha visitato in quel momento l’Angelo di Pasqua e su quelle vite e su tante altre, anche sulla mia, mi ha detto: “Non ti rassegnare, c’è ancora Speranza!”

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