La Voce di Valle: "Le luci di Festa si sono spente"

La nota del neo comitato cittadino La Voce di Valle

Riceviamo e pubblichiamo la nota del comitato cittadino "La Voce di Valle":

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"I cittadini possono impegnarsi quanto vogliono: senza una politica conseguente, quell'impegno è destinato a cadere nel vuoto. La Voce di Valle è nata con lo spirito di imparare dagli altri e prendere il meglio che c’è fuori da noi. Questo comitato, piccolo ma tenace, è nato dal desiderio di praticare la cittadinanza vera, rivendicando che i diritti non sono favori. Ad Avellino ce lo ripetiamo da anni, ma facciamo grande fatica a concretizzarlo. Abbiamo attraversato 3 campagne elettorali e siamo sopravvissuti, non senza fatica, a chi ci strattonava. Noi abbiamo già ottenuto un duplice risultato: far parlare di noi. Restando indipendenti. Abbiamo continuato a fare squadra, in nome di un’idea condivisa che dovrebbe essere il fondamento di ogni comunità: il bene comune. Per questo siamo finiti sotto “osservazione” dell’amministrazione comunale che ci ha coinvolti in un progetto di partecipazione, diventato pilota per la città. Una partecipazione vera: non degli ordini professionali o di portatori di interesse “istituzionali”, ma dei cittadini. Attraverso noi, sono stati accesi i riflettori su una questione da sempre rimossa dall’agenda amministrativa: abbiamo messo a nudo la grande bugia elettorale dei prefabbricati di Valle, mai inseriti in alcun piano di spostamento. Ne è nato un progetto di riqualificazione da cinque milioni di euro che prevede di sostituire
un’area degradata fuori dal tempo con una struttura di housing sociale e un centro di ricerca sperimentale sull’autismo in collaborazione con l’Università di Salerno. Collegato alla struttura di via Serroni. Approvato da Comune e Regione nell’ambito del PICS, il progetto attende solo di essere cantierato, monitorato dal comitato. Ed è quello che stiamo già facendo, che non abbiamo mai smesso di fare in questi mesi (diventati nel frattempo anni), portandoci avanti con il lavoro. L’ultimo incontro sul punto risale a due anni fa: era ancora in carica il sindaco Ciampi. Da allora il progetto è sparito dai nostri radar, senza tempi certi sull’avvio dei lavori.
Abbiamo festeggiato traguardi che immaginavamo raggiunti, sperando di aver riportato la politica là dove deve stare: tra le persone. Nelle mani dei cittadini chiamati a essere protagonisti delle decisioni che li riguardano. A oggi tutto appare solo un’amara illusione. Noi cittadini possiamo lavorare quanto vogliamo; impegnarci a ripulire piazze e giardini e mobilitarci per organizzare momenti di incontro. Ma l’ultima parola non spetta a noi, bensì alla politica. L’ultima parola – e l’ultima firma – spetta a chi amministra e ha il potere di vidimare atti. Questa vicenda lo dimostra. Dopo il sostegno offertoci dall’amministrazione Foti, l’unico conseguente coi suoi doveri di uomo dello Stato si è rivelato il commissario Giuseppe Priolo. Il quale non ha fatto altro che gestire l'ordinaria amministrazione.
Certo, ci verrà replicato che lui aveva le mani libere dalla ricerca del consenso. Dalla politica. Il che vorrebbe che le piazze rabbiose di questi anni hanno avuto ragione: la politica della casta non è (più) la via per
l’interesse generale ma ostacolo ad esso. Non è servizio, ma pura ricerca di un consenso estemporaneo utile a brindare a un’elezione in piazza. Senza alcuna visione né coraggip.
I cento giorni del sindaco Festa sono spirati e da quando le luci di Ferragosto e Natale si sono spente, i nodi hanno cominciato a venire al pettine. Checché ne dicano gli acritici sostenitori della bellezza stucchevole di
un contenitore sempre più vacante. Gli eventi di queste settimane lo dimostrano: l’abbaglio delle luci non basta a risollevare una città che ha bisogno di una cosa molto semplice, per quanto rara di questi tempi. Serve una classe politica e amministrativa che si assuma la responsabilità delle proprie decisioni e abbia la forza di portare a termine processi amministrativi, in tempi normali e non dilatati in anni.E non ci si venga a dire che sono tempi normali questi tempi dilatati: quarant’anni di dopo-terremoto e di ricostruzione (fallita) possono bastare. Tempo ne abbiamo già perso abbastanza. Non vogliamo più aspettare". 

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